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Medicina
Colesterolo, svelato il segreto per liberarsi del killer che colpisce il cuore
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"Il tema della prevenzione è di grande importanza per tutti noi, ma diventa cruciale quando si parla di paziente ad alto rischio cardiovascolare", commenta Ciro Indolfi, presidente della Società Italiana di Cardiologia. “Chi è stato colpito da un evento cardiovascolare, infatti, corre un rischio elevato di andare incontro ad un nuovo infarto o Ictus negli anni successivi. Eventi che potrebbero essere sensibilmente ridotti se venissero sempre più implementate le strategie di prevenzione secondaria".

Indolfi spiega quindi che "proprio nella direzione di un trattamento precoce e rapido va l'abbassamento delle soglie di colesterolo LDL per l'accesso ai nuovi farmaci anti-colesterolo PCSK9, recentemente pubblicate in Gazzetta Ufficiale da AIFA. Evidenze scientifiche dimostrano come il colesterolo LDL sia causa delle patologie cardiovascolari, non un fattore di rischio, e come la sua riduzione rappresenti uno degli obiettivi principali per limitare eventi cardiovascolari quali l'infarto miocardico e contrastare la mortalità".

Il presidente della Società Italiana di Cardiologia aggiunge quindi che "le linee guida della Società Europea di Cardiologia suggeriscono in prevenzione secondaria livelli di colesterolo LDL inferiori a 55 mg/dl e, in alcuni pazienti particolarmente a rischio, livelli di LDL-C ancora più bassi e inferiori a 40 mg/dl. Questi obiettivi così ambiziosi possono essere oggi raggiunti grazie a nuovi farmaci come gli anticorpi monoclonali, che sono inibitori della proteina PCSK9, capaci di ridurre del 60% il livello di colesterolo cosiddetto cattivo, dimostrando un chiaro beneficio clinico nei pazienti con elevato rischio cardiovascolare".

Il paziente ad alto rischio cardiovascolare ha subìto uno o più eventi cardiovascolari ed è un paziente cronico che come tale va trattato. Sebbene sia spesso in terapia con farmaci orali come le statine e ezetimibe, continua a registrare alti livelli di colesterolo LDL. Per questo la sua gestione rappresenta oggi una delle principali complessità per i Sistemi Sanitari Nazionali.

"La cosa più importante è trattare dal punto di vista terapeutico e farmacologico il profilo lipidico", spiega Giuseppe Di Tano, presidente Associazione Nazionale Medici Cardiologi Ospedalieri (ANMCO) Lombardia. "La misura dell'adeguatezza del trattamento ce le danno le LDL, un parametro silente dal punto di vista sintomatico ma facilmente riproducibile e oggettivo, che permette al medico di famiglia o al cardiologo di essere molto incisivi".

"Se le statine, che sono i farmaci più correntemente utilizzati, non riescono a garantire un livello di Ldl adeguato, bisogna aggiungere un altro farmaco. La ricerca- aggiunge ancora Di Tano- sta aiutando perché rispetto alla cura dell'ipercolesterolemia adesso abbiamo farmaci molto aggressivi e molto efficaci, perché agiscono su dei parametri molto fini e quindi permettono di raggiungere dei livelli più bassi di Ldl, a fronte di effetti collaterali più bassi".

Ma se la ricerca va avanti, sulla percezione dell'ipercolesterolemia che c'è ancora tanto da fare. Secondo la ricerca, infatti, il 20% degli italiani non conosce neppure i rischi derivanti da alti livelli di colesterolo, mentre per il 42% il controllo del livello del colesterolo dipende solamente dalla dieta alimentare e dall'attività fisica, trascurando quindi l'efficacia terapeutica.

Ma questa condizione cronica ha un impatto anche sulla vita del paziente: sale fino all'80%, infatti, la percentuale di persone con colesterolo alto che dichiara di aver cambiato le proprie abitudini, con maggior riguardo alla vita familiare (24%) e perfino lavorativa (11%).

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