Il presidente della Repubblica sottolinea la necessità di garantire terapie per tutti in un sistema sanitario sempre più caratterizzato da disparità e squilibri. L’analisi
“Garantire a tutte le persone, indipendentemente dalla malattia di cui si è affetti, pari diritti e pari opportunità terapeutiche”. Questo è l’appello del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella in occasione della Giornata Mondiale delle malattie rare. Parole che si riferiscono molto chiaramente ad ogni patologia umana. Un macigno deflagrante che affronta e denuncia ancora una volta la precaria condizione del rapporto tra malato e sanità.
Diverse sono le criticità che denotano un lungo periodo di difficoltà evidenziatosi dopo la pandemia da covid. Da allora ancora il nostro Paese non si è dotato di un piano pandemico necessario e obbligatorio. Frammentazione, disparità tra regioni diverse, incomunicabilità dei dati relativi ai pazienti soprattutto tra strutture sanitarie differenti, inevitabile ed inarrestabile migrazione sanitaria.
Il ricordo di Domenico di 2 anni e mezzo, morto all’Ospedale Monaldi di Napoli, echeggerà per molto nelle coscienze non solo per gli eventi che si sono succeduti. Dovrebbero accendere i riflettori sui decisori della sanità “quasi sempre estranei” a questi drammatici eventi. Manager, di ogni provenienza politica, che si trovano a gestire non solo bilanci ma anche e soprattutto i destini delle persone. Tanti tra loro al di là delle competenze indiscutibili, appartengono o devono appartenere, a settori della politica, di destra o di sinistra. Lacci e lacciuoli che finiscono per condizionare decisioni esterne o interne relative alla loro pregnante attività gestionale, economica, assistenziale.
Questo sarebbe il primo cancro da estirpare. Procedere per meriti, per valori misurabili sul campo professionale secondo precisi criteri giudicati ed applicati da terzi valutatori indipendenti. Curricula, trasparenza, graduatorie di merito. Controllati e controllori, con responsabilità prima di tutto etiche professionali, lavorative e di risultati, che non siano solo il bilancio economico aziendale da pareggiare ogni anno. Quando si verificano significative diseguaglianze geo–culturali, bisogna ancora una volta chiedersi come affrontarle e da dove partire. Senza mettere toppe e commissari di turno, ma assumendo logiche e correttivi a media lunga distanza, che non si risolvono col piano di rientro. Le regioni hanno l’autonomia decisoria.
Colpire e sanzionare quelle roccaforti sanitarie che non adempiono al loro compito di utilizzazione ed impiego con urgenza e competenza di somme a loro assegnate. Sì, qualcuno ha paura di assumersi responsabilità, ma allora che sia rimosso o sanzionato perché non idoneo a ricoprire quel ruolo. La durata di incarico, quello delle Aziende Ospedaliere dei direttori generali è di tre anni, ciò non invoglia ad investire, perché i grandi progetti hanno una lunga gestione che supera il loro mandato.
Ma questa non è una plausibile giustificazione, anche se non è l’unica criticità. Le indagini in casi di particolari gravità, riguardano e colpiscono tutti, dalle prime linee, quelle che senza adeguate coperture organizzative, strutturali, strumentali e di organici, sono chiamate quotidianamente ad affrontare una marea montante di bisogni e di malati. Coloro che non possono più contare nel territorio, nei medici di famiglia, né nelle strutture periferiche convenzionate. Le realtà private sono spesso a pagamento così da ridurre il numero di accesso ai meno abbienti.
La migrazione sanitaria crea disagi a tutti, sovraccaricando le strutture di arrivo. Per non contare le spese, le trasferte, le interruzioni lavorative, i dubbi e le incertezze delle decisioni. Squilibri a carico delle famiglie lasciate presso parenti disponibili e il distacco traumatico ad accentuare la mancanza di punti di riferimento in ambiti sanitari mai conosciuti prima. Quasi sei milioni di persone ha rinunciato alle cure nel 2024. Tre milioni per motivi francamente economici. In quattro milioni per liste d’attesa troppo lunghe ed inaccettabili per le urgenze. Su chi pesano e peseranno le conseguenze di queste difficoltà? Quanti morti, quanti inabili dovranno sopravvivere con le limitazioni per questi ritardi? La diseguaglianza è marcata tra sanità del Nord e quella del Sud come già noto. La mobilità sanitaria nel 2022 è costata oltre 5 miliardi di euro per curarsi fuori regione. Ciò dimostra in maniera evidente come sono calpestati i diritti di chi “paga le tasse come ogni altro cittadino italiano”.
Nessuno è in grado di bloccare questa emorragia, sempre per usare un termine tecnico – sanitario. Ma di fronte al peggioramento del contesto generale, bisogna rispondere non solo al grido di dolore del Presidente Mattarella ma anche a chi non ha più voce per chiedere aiuto e a chi non ha più udito per ascoltare. Lo sfondo è di una popolazione che “diminuirà di circa l’8% entro il 2050. Passando dai 59 milioni del 2022 a 54,4 milioni, a causa dell’invecchiamento e del calo della natalità. Entro il 2050, oltre il 35% degli italiani avrà più di 65 anni, mentre i bambini di età inferiore ai 14 anni, rappresenteranno l’11,7% della popolazione”. Un quadro che “in assenza di riforme, metterà a dura prova i sistemi sanitari e sociali”. È la prestigiosa rivista internazionale “The Lancet” a dedicare il proprio profilo editoriale a questo proposito.
Il problema non è solo di risorse, ma l’assenza di una adeguata aderenza ai bisogni delle persone. La sanità pubblica deve fare la sua parte alzando il livello di qualità, arginando l’accesso all’unica fonte ancora disponibile, gli Ospedali. Il fortino del Pronto Soccorso, al collasso, non può far fronte alle carenze del personale sanitario, ed alla scopertura dell’apporto del territorio. Da oltre 25 anni il Servizio Sanitario Nazionale viene gestito autonomamente dalle regioni, di qualunque colore politico. I controlli centrali dello Stato ci sono ma non risultano sempre efficaci. La sanità non è un settore di finanza pubblica ma una risorsa del Paese che deve adempiere al proprio ruolo.

