Riaperte le scuole, è ora di recuperare il tempo perso e di mettere in atto misure concrete a sostegno del benessere psicologico dei nostri ragazzi.
Dal 12 aprile la maggior parte delle regioni italiane è entrata infatti in zona arancione: le lezioni sono tornate in presenza fino alla terza media, mentre solo parzialmente dal 50 al 75% per le superiori.
Un rientro a singhiozzo che vede decine di migliaia di ragazze e ragazzi tornare in aula, in un “quotidiano” che tutto ha tranne che del quotidiano per come lo conosciamo. Matteo Lancini nei mesi scorsi ha tanto parlato di bisogno di adattarsi a una “nuova normalità”: ancora difficile dire, oggi, cosa significhi nel concreto. E purtroppo questa “nuova normalità” non fa sconti, ormai dall’inizio della pandemia, per una fascia della popolazione in particolare: gli adolescenti.
Di certo sappiamo che lo scarso investimento nella salute psicologica che il governo italiano ha messo in campo durante la pandemia, ci trova oggi di fronte ad una chiara risposta alla domanda: saremo in grado di gestire le conseguenze psicologiche del rientro per i nostri ragazzi? No, almeno per ora.
Per tutti gli adolescenti italiani resta allora da risolvere un cubo di Rubik che oggi non include più solo i compiti che sono propri della fase di sviluppo (che possono coinvolgere la relazione con i genitori, quella con i pari, quella con sé stessi e il proprio corpo che cambia) ma anche la consapevolezza di una rottura tra il prima e il dopo a causa della pandemia. Una pandemia che ha portato con sé la paura del contagio, l’esperienza della morte (che sia quella dei propri cari, così anche quella delle centinaia di persone raccontate nei media quotidianamente da un anno a questa parte), l’isolamento forzato da quel quotidiano che è una palestra tanto fondamentale per la stabilità e la buona crescita di ogni ragazzo/a.
*Presidente dell’Ordine degli psicologi della Lombardia*BRPAGE*
Come professionisti della salute psicologica sappiamo bene che non basta un “liberi tutti” per ricominciare da dove eravamo prima. L’apertura delle scuole è poco più di un atto burocratico: ora dobbiamo fare i conti da una parte con chi può rientrare (in percentuali arbitrarie), dall’altra con chi ancora resta in attesa, unici compagni di banco il divieto e l’isolamento.
I dati sull’emergenza psicologica che sta investendo i giovani italiani arrivano non solo dalla letteratura scientifica (vedi ad es., Buzzi et al., 2020; Mensi et al., 2021) ma anche solo dai dati delle neuropsichiatrie infantili che non hanno posti a sufficienza da dedicare a chi ne ha bisogno.
La domanda da cui partire allora è una sola ed è molto semplice: cosa possiamo fare per aiutarli?
Certo, garantire l’apertura delle scuole è un primo passo. Tutelare il diritto allo studio rappresenta più del cumulo delle conoscenze previste dai programmi ministeriali: la scuola è infatti quell’universo unico dove le ragazze e i ragazzi possono sperimentarsi, formarsi come cittadine e cittadini del futuro.
La scuola è il contenitore che dovrebbe insegnare, con la palestra dell’esperienza concreta, quelle che noi adulti chiamiamo pari opportunità: contrastando le differenze sociali, fungendo da contenitore protettivo per tutte quelle situazioni di fragilità che, diversamente, aumentano le distanze sociali, amplificano i fattori di rischio.
Eppure, se scegliamo di apprendere dalla lezione di questo ultimo anno, sappiamo che aprire non basta. E allora ancora: come possiamo fare per aiutarli? Riconoscere un bisogno non basta.
*Presidente dell’Ordine degli psicologi della Lombardia*BRPAGE*
Nei mesi scorsi, con il Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi (CNOP) abbiamo promosso un protocollo d’intesa con il Ministero dell’Istruzione per il supporto psicologico nelle istituzioni scolastiche, ulteriormente approfondito da una serie dettagliata di linee di indirizzo per la promozione del benessere psicologico a scuola: azioni di prevenzione, empowerment e promozione delle risorse psicologiche che sono oggi essenziali per l’intero sistema scolastico (studenti, docenti, personale, organizzazione).
In questa direzione, il successivo stanziamento per i bandi per l’arruolamento di psicologhe e psicologi a scuola ha visto un primo incremento (seppure ancora limitato nel numero di ore) della possibilità di offrire un supporto psicologico professionale nelle scuole. Solo in Lombardia su 732 istituti (64,27% del totale), 485 (42,58%) hanno incrementato/proseguito il servizio psicologico già attivo e 247 istituti (21,69%) hanno attivato il servizio ex-novo (fonte: Ministero Istruzione).
*Presidente dell’Ordine degli psicologi della Lombardia*BRPAGE*
Il recente Decreto Sostegni prevede lo stanziamento di 150 milioni di euro per le scuole, che include anche un’ulteriore implementazione dei servizi di psicologia: sarebbe bello sapere che il sostegno alla scuola è uno degli obiettivi centrali di un investimento che non è solo economico ma nasce dalla comprensione del bisogno di un cambio di rotta nel modo in cui tuteliamo il diritto allo studio.
Quando oggi diciamo che la responsabilità della società adulta è quella di mettere in campo azioni di sostegno per le nostre ragazze e i nostri ragazzi, dobbiamo sapere che sostegno non deve tradursi nel solo tamponamento delle situazioni di emergenza, nemmeno di questa Emergenza, ma nella comprensione che è necessario un cambio strutturale. La scuola deve mettere in campo azioni di prevenzione, di monitoraggio, di supporto e di valutazione degli esiti come prassi, non come corsa agli armamenti solo quando il danno è troppo grande per essere ignorato.
“Non sei mai troppo piccolo per fare la differenza” ha detto un giorno la giovane Greta Thunberg. Non è mai troppo tardi per cambiare, dovremmo rispondere noi.
*Presidente dell’Ordine degli psicologi della Lombardia

