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Milano

Forse solo cronaca nera da sport minore. Probabilmente una metafora del momento economico e sociale. Sicuramente un'utile indicazione del sentiment della classe dirigente e dell'apparato produttivo del Nord: la semifinale di venerdì scorso a Varese è stata più di una partita di basket.
 
Si sfidano per l'accesso alla finale la corazzata MontePaschi Siena, dominatrice degli ultimi anni, e la piccola Varese, forte di un consorzio di piccoli imprenditori che le ha permesso di negli ultimi tre anni di superare il saliscendi dallo scudetto della stella del '99  alla retrocessione in A2 di cinque anni fa. Il percorso socioeconomico per la piccola città di provincia è simile a quello sportivo: quando il manifatturiero tirava era la più ricca d'Italia, oggi si oppone alla crisi solo con la forza dei piccoli imprenditori.  L'ultima mazzata da qualche centinaia di licenziamenti è la chiusura dell'Husqvarna, che si trasferisce in Austria a produrre le sue moto.
 
Nonostante i chiari di luna, il PalaWhirlpool è strapieno: i biancorossi hanno recuperato dall'1-3 al 3-3 nella serie al meglio delle sette partite. Si scomoda per il match decisivo, a puro scopo scaramantico, perfino l'icona Bob Morse.  Stand up ovation delle tribune piene di ragazzini nati dopo il 2000 (che quel signore l'hanno visto solo in foto) e di padri e nonni che i successi di quella grande Ignis, e l'occupazione record nel manifatturiero, li hanno vissuti di persona.
 
Insomma , la situazione ideale per vivere un'emozionante serata di competizione leale e pulita. Invece il match finisce con 5000 persone che tirano in campo tutto quello che hanno in mano e nelle tasche, dalle bottigliette d'acqua agli accendini. Qualcuno arriva minaccioso fino alla postazione del telecronista di RaiSport, Edi Dembinsky.
 
Non sono qui a giustificare il comportamento dei piccoli facinorosi che volevano farsi giustizia nei confronti di un giornalista (peraltro seduto a fianco a Charlie Recalcati, allenatore di Varese fino all'anno scorso), né il momento di isteria collettiva che ha coinvolto tutto lo storico palazzo di Masnago. Ci ha già pensato la società a stigmatizzare l'accaduto e la federazione a squalificare il campo per due turni.
 
Quello che invece ho visto, e voglio condividere con i lettori, è la rivolta di un intero territorio e di una precisa classe sociale: non operai in cassa integrazione o rovinati da Equitalia, ma piccoli imprenditori, commercianti e professionisti. Il basket non è il calcio, rifugio di sottocultura proletaria e di piccole bande di teppisti. Nei palazzetti non ci sono protezioni, la gente è in campo: inesistenti i problemi tipici da piccola delinquenza calcistica. Nei parterre vanno professionisti con i figli adolescenti, stimati amministratori locali, varie generazioni di sana piccola imprenditoria: a Milano come a Roma, a Brindisi come a Cantù, l'ambiente è quello della classe dirigente.  A Varese il fenomeno è ancora più marcato perché da circa tre anni, complice la territoriale di Confindustria, il basket è stato letteralmente "salvato" da un consorzio di un'ottantina di PMI che sono entrate nel capitale di rischio della società.
 
La città, in passato laboratorio politico con la Lega di Bossi,  diventa luogo di sperimentazione di questo interessante incrocio tra sport e industria: per la prima volta non c'è il tycoon, il grande imprenditore in cerca di inciuci e protezione politica o lo stilista innamorato dello sport show, quelli che mettono milioni di euro con obiettivi non solo agonistici. Lì in provincia si è manifestata una rete estesa ed orgogliosa, che ha voluto abbarbicarsi ai valori positivi di una disciplina pulita. Potrebbe diventare anche un modello extrasportivo: la dimostrazione che si deve ripartire dalle PMI, senza inseguire la politica dei grandi gruppi, delle masse finanziarie, con le corporation inghiottite in vortic di politica e malaffare. Si potrebbe dire che il Monte dei Paschi di Siena sia il simbolo perfetto della vecchia visione che i consorziati di Varese nel Cuore combattono. Una weltanshaung politica ed economica, prima  che sportiva.
 
Il destino, l'epica che in tempi moderna si dice ormai esista solo nello sport delle grandi dirette tv,  porta proprio questi due mondi a scontrarsi in una semifinale che per gli osservatori specializzati è la finale annunciata.
Da una parte Siena, negli ultimi anni vincitrice di scudetti a mazzi anche perché iper protetta da federazione ed arbitri (nei momento di crisi bisogna anche tutelare chi investe molto denaro nel basket, invece di riversarli sul calcio, no?).
Nell'altra metà campo la piccola Varese, che ha guidato il campionato dalla prima giornata.
Quella che con il low cost ha dimostrato che conta il talento, non il doping finanziario di piazze in cui la grande banca paga tutto, salvo poi trovarsi coinvolta nelle vicende giudiziarie che tutti conosciamo.
Quella che con la meritocrazia e la selezione dei talenti poco conosciuti ha messo insieme una squadra giovane e brillante, opposta a quella dei grandi nomi dai grandi ingaggi.
Quella che con la partecipazione popolare e imprenditoriale, ha dimostrato che si può fare sport senza sovraesposizione mediatica, sponsor milionari sulle maglie, torbida politica alle spalle.
 
In questo complesso scenario, si svolge una partita che, al di là del valore sportivo, racconta di un popolo: del desiderio di una classe di imprenditori, professionisti, lavoratori, che vorrebbero far tornare la loro provincia dove era non più tardi di una quindicina di anni fa.
 
Ma quando gli arbitri orientano la partita dove non si vorrebbe; quando i giocatori di casa che non si vogliono arrendere vengono messi fuori gara con decisioni discutibili; quando perfino il talento che 48 ore prima aveva deciso con un canestro impossibile a 62 decimi dalla fine la partita della parità sbrocca ed insegue l'arbitro che l'ha espulso  e viene trattenuto a fatica da compagni ed allenatore; quando è evidente che tutti i segni del potere sono contrari al realizzarsi del sogno, ecco  la gente esplode e la violenza cieca, inutile e collettiva si materializza.
 
Ripeto, nulla giustifica avvocati che usano bottigliette d'acqua come clave, imprenditori che lanciano in campo gli accendini per farsi giustizia privata, commercianti che prendono le chiavi di casa e le indirizzano alla testa agli arbitri.  Ma non bisogna neanche sottovalutare i simboli contro i quali la protesta è esplosa.
 
Esaminiamo chi è stato oggetto di tentativo di linciaggio. Gli arbitri della Federazione, rappresentanti di quella Roma definita ladrona da un paio di decenni ed ancora più lontana del solito in tempi di credit crunch.
I giocatori ed i dirigenti della Monte Paschi Siena, simbolo di tutte quelle gestioni malate ed illegali di deriva politica e di  quegli scandali e ruberie che oggi hanno portato alla crisi del credito e dell'industria.
Il telecronista della Rai, un'altra icona di quel sistema che premia le basse professionalità e gli appoggi politici, e che la gente sente sempre più lontano e nemico.
 
Ripeto, nulla giustifica quello che è successo. Non c'è la fame che porta alla presa della Bastiglia.  E non stiamo parlando di una manifestazione pacifica come la marcia di Torino degli impiegati Fiat all'inizio degli anni '80.
 
Vi assicuro che la rabbia, e la disperazione, che da giornalista accreditato del romanissimo Corriere dello Sport ho letto negli occhi delle persone venerdì sera, non l'ho mai vista in tanti anni. Non tra i ragazzi che manifestavano negli anni di piombo. Nemmeno sulla faccia degli extracomunitari che scappavano bruciando i materassi dal centro di accoglienza di via Corelli a Milano nel decennio successivo.
 
Non era la rabbia giovanilista di chi vuole finalmente e a tutti i costi qualcosa, qualsiasi cosa. Era la disperazione di padri che sentono che stanno perdendo tutto l'orizzonte conosciuto. L'esasperazione di genitori che vedono sfuggire un sistema di benessere, manifattura, commercio, servizi, costruito dalle generazioni precedenti, oltre che dalla propria.
 
Questa violento bouquet di sentimenti borghesi dovrebbe essere percepito dalla politica. Invece è rimasto inascoltato. Proprio per questo, simbolicamente ma neanche tanto, la gente si è scagliata contro l'istituzione (gli arbitri, la Rai, i giocatori con MPS sulla maglia) ma, particolare rivelatore, non contro la polizia o gli steward. Dopo avere inutilmente provato a  manifestare, negli ultimi tempi,  anche con la pacifica ed inutile astensione dal voto politico (o con voti pittoreschi di altrettanto inutile protesta), la gente, la bella gente di una ricca città di provincia, ha sbroccato come i suoi giocatori.
 
Mai avrei pensato di vedere, cinque anni fa all'annuncio della crisi finanziaria mondiale, educati professionisti o abbronzati imprenditori che tirano accendini dalle poltroncine del parterre. Ero convinto che come paese avevamo gli anticorpi industriali, sociali, perfino politici, per reagire ed approfittare, come da tradizione italiana, anche di una contingenza sfavorevole.
 
Certo, oggi questa rivolta la si ferma con due banali (e ripeto meritatissime) giornate di squalifica alla squadra di casa. La si anestetizza ripetendo ossessivamente il mantra giornalistico "la violenza  va sempre stigmatizzata" e "ha agito una minoranza di imbecilli"
Domani, fuor di metafora e abbandonando i palazzetti, non so cosa potrà incanalare questa disperazione in un percorso pacifico e produttivo. Ed altrettanto ignoro se i suoi protagonisti si limiteranno al lancio di innocenti accendini.
 
(pasqualediaferia@gmail.com, twitter: @pipiccola)
 

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