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Milano

Di Jacopo Gardella da arcipelagomilano.org

Il nuovo complesso residenziale, nell’isolato di forma triangolare delimitato da via Pascoli, via Pinturicchio, via Balzaretti, sorge nell’area un tempo occupata dagli uffici della ditta Carlo Erba, che all’inizio del ’900 vi aveva insediato la propria sede amministrativa. Demoliti gli edifici dello stabilimento per sopravvenuta cessazione delle attività produttive, sul terreno rimasto libero sta sorgendo il nuovo complesso residenziale; che si aggiunge ai molti simili comparsi a Milano negli ultimi anni.

Pur avendo caratteri architettonici alquanto diversi fra loro, tutti questi interventi edilizi hanno in comune una medesima colpa nei confronti della città storica ottocentesca: la dimenticano, la ignorano, la cancellano. E in questo ignorare la città del passato non solo si assomigliano fra loro, ma assomigliano alla grandissima maggioranza di analoghi interventi costruiti o in via di costruzione nei principali paesi del mondo. La globalizzazione in architettura e in urbanistica si sta imponendo in forma massiccia. Ed è una globalizzazione che sconcerta e spaventa.

Il nuovo complesso non fa eccezione. Il progettista, l’architetto Peter Eisenman, non ha creduto opportuno fare riferimento al contesto esistente, ma ha voluto introdurre nell’isolato triangolare un unico gigantesco corpo di fabbrica, un volume della pianta ondulata, simile a un enorme punto interrogativo, la cui testa si affaccia su via Pascoli e il cui piede raggiunge il punto di confluenza delle due vie retrostanti.

Il suo progetto ignora l’ambiente circostante; non rispetta gli allineamenti stradali; non mantiene la continuità di gronda tuttora esistente lungo via Pascoli. Unica preoccupazione del progettista è il desiderio di lasciare il segno visibile della propria genialità: un segno – occorre specificare – tutt’altro che nuovo e originale, dal momento che la planimetria sinuosa è già comparsa di recente all’interno della nostra città, sia in realizzazioni già avvenute (grattacielo della Regione Lombardia), sia in progetti di prossima attuazione (campus dell’Università Bocconi). Il futuro complesso Carlo Erba è un’ulteriore conferma dell’indirizzo architettonico corrente: ignorare il passato, trascurare il volto della città tradizionale, dimenticare la Storia.

Se queste sono le severe critiche urbanistiche rivolte al progetto, anche le considerazioni architettoniche non sono meno indulgenti. Sulle facciate del nuovo complesso – com’è possibile giudicare dalle gigantografie esposte in cantiere – la struttura in cemento armato viene lasciata libera e in vista: travi e pilastri si presentano isolati e nudi.

Come la precedente immagine urbanistica anche questa formula architettonica non è né nuova né originale: si allaccia al “Razionalismo Italiano” d’ante guerra e ne ripete stancamente quella che allora era una brillante novità costruttiva: lasciare in mostra la maglia strutturale, mettere in evidenza il reticolo portante, esaltare la griglia formata dall’intersezione di travi e pilastri.

L’”Architettura Razionalista” concepiva l’edificio come un asettico corpo tridimensionale; un solido, nitido e asciutto; un volume puro e perfetto. Si dichiarava estranea e contraria alla passata tradizione “naturalista” dell’arte di costruire: una tradizione definita “naturalista” perché attenta e sensibile ai condizionamenti ambientali e climatici imposti dalla natura. Da questi condizionamenti la tradizione naturalistica traeva spunto per dare forma alle sue creazioni: innalzava tetti inclinati per offrire un riparo dalla pioggia; aggiungeva persiane alle finestre per opporre un ostacolo alla luce; applicava zoccolature alle facciate per proteggerle dalle ingiurie del clima e degli uomini.

In nome del suo convinto “antinaturalismo” l’Architettura Razionalista rinunciava all’inclinazione del tetto e imponeva terrazze perfettamente piane; abbandonava le persiane di oscuramento e trasformava le finestre in scarne cavità ritagliare nella facciata; aboliva le zoccolature e stendeva una superficie d’intonaco continua e ininterrotta della linea di gronda fino alla quota dal terreno.

Nell’Architettura Razionalista la maglia strutturale, libera e aerea, restituiva unità e completezza al volume di partenza, là dove esse per necessità progettuali veniva eroso, intaccato, svuotato dall’introduzione di loggiati, ballatoi, terrazze, aperture scavate in profondità. Al fine di ricostruire e completare il profilo ideale e perfetto del solido geometrico prescelto, il reticolo di chiavi e pilastri veniva usato non più con funzione di sostegno statico ma di tracciato grafico. Non vi è dubbio che esso, così come viene usato nel progetto di Eisenman, ha perso il significato compositivo originario; ha smarrito lo scopo di completamento volumetrico che aveva una volta; ha cessato di integrare e di ricostituire nella sua interezza la forma chiusa e conclusa prefigurata dall’idea progettuale del Razionalismo.

Vedendo oggi la maglia strutturale lasciata in vista di Eisenman, non possiamo percepirla se non come una formula vuota e sterile; una figura scontata, superata, riciclata; una composizione poco stimolante e attraente perché priva di valida giustificazione storica e d’intrinseca coerenza compositiva.

Eisenman non è un geniale inventore; nonostante il suo capolavoro costruito a Berlino in ricordo dello sterminio ebreo, è soltanto un astuto prestigiatore, un abile manipolatore di forme.


 

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carlo erbaarchitettura







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