di Lorenzo Zacchetti
Chi non ama il calcio, spesso ne critica l’eccessivo carico di polemiche e tensioni.
L’argomento è fondato, perché la simbologia di questo sport rimanda in maniera piuttosto esplicita ai conflitti bellici e gli scontri negli stadi – moderne arene – sono la versione incruenta di quelli che un tempo finivano nel sangue. Il noto sociologo Alessandro Dal Lago spiega che “il fascino del calcio potrebbe dipendere anche dal suo contenere essenzialmente (e cioè, da sempre) la possibilità rituale di violenza. Violenza rituale significa ‘trasformata’, ‘celebrata’, ‘simbolica’ e quindi non necessariamente praticata”.
Questa analisi rappresenta una chiave di lettura interessante per comprendere (ma non per giustificare) i frequenti episodi negativi che portano il calcio all’attenzione delle cronache. Non bisogna però trascurare quelli positivi, perché il calcio è anche capace di costruire ponti e relazioni, invece che determinare conflitti e rotture. Ne è un ottimo esempio il progetto “Un gol per la vita”, organizzato dall’Associazione Amo la Vita Onlus, con la collaborazione del Consiglio di Zona 7 (e quindi con il mio coinvolgimento personale).
In questo caso, il calcio diventa uno strumento preziosissimo per creare comunità sul territorio, promuovendo le attività della Onlus, che dal 1980 si occupa dei malati oncologici dell’ospedale San Carlo e dei loro familiari. Non è la prima volta che Amo la Vita entra in contatto con il calcio, visto che tra i suoi testimonial ci sono anche Gigi Buffon ed Ilaria D’Amico, i quali spesso presenziano agli eventi di raccolta fondi sfoggiando il braccialetto verde, simbolo dell’associazione.
Dopo la recente riforma della sanità elaborata dalla Regione Lombardia, gli obiettivi della Onlus si sono evoluti. La riorganizzazione dei servizi, che prevede anche la fusione tra San Carlo e San Paolo, comporta la necessità di uno sforzo per territorializzare la cura, andando sempre più vicino ai cittadini. Da qui nasce la relazione tra Amo la Vita ed il Consiglio di Zona, ovvero il punto di contatto tra la popolazione e le istituzioni.
Da questo rapporto sono nate iniziative capillari, come i numerosi incontri che il Prof. Sergio Marsicano, psicoterapeuta e responsabile del gruppo di umanizzazione dell’ospedale, ha condotto nei centri anziani e nelle sedi dei C.A.M. di quartiere. L’importante lascito di questa serie di colloqui è aver rilevato il bisogno di un avvicinamento tra gli enti deputati alla cura e gli utenti, che spesso hanno a che fare con troppi interlocutori e finiscono col perdersi, negli enormi bacini di utenza di qualunque servizio.
Il calcio, in questo contesto, rappresenta un ulteriore salto di qualità, in quanto la sua straordinaria popolarità può avvicinare al progetto soggetti che altrimenti rimarrebbero tagliati fuori. In Zona 7, come in molte periferie milanesi, c’è una straordinaria presenza di associazioni e singoli volontari che svolgono una preziosa funzione anche sul piano dell’assistenza. Il problema è che non tutti ne sono a conoscenza, il che impegna le istituzioni a costruire una rete nelle quali questi importanti presidi sociali dialoghino tra di loro e con il territorio.
La prima edizione del torneo “Un gol per la vita” ha quindi coinvolto squadre composte da ragazzi della zona, per la prima volta alle prese con un progetto socio-assistenziale, con l’aggiunta della partecipazione degli infermieri del Don Gnocchi e del Consiglio di Zona 7, rigorosamente in formazione bi-partisan e con il supporto di qualche amico.
Come sempre accade nel calcio, tutti hanno fatto del loro meglio per vincere e gli arbitri hanno avuto il loro daffare nel dirigere le gare, ma alla fine ha vinto sopratutto la solidarietà, nonché una comunità locale, che, passo dopo passo, sta scoprendo un nuovo modo per pensare al benessere dei suoi componenti.

