A- A+
Milano

di Laura Specchio (Responsabile Lavoro e Professioni PD Lombardia)

In un clima apparentemente disteso, si è svolta sabato 11 maggio l'Assemblea Nazionale del Partito Democratico che ha eletto a larga maggioranza (circa l'85% dei voti) Guglielmo Epifani quale nuovo Segretario, con il compito ufficiale di "traghettare" il partito verso il Congresso nel prossimo autunno.
L'Assemblea si è svolta in contemporanea ad altra manifestazione che coinvolgeva la forza politica con cui il PD si trova a governare (prontamente scesa in piazza a mortificare uno dei tre poteri dello Stato: la funzione giudiziaria ad esso attribuita).
Una contemporaneità di situazioni che ben evidenzia la difficile fase che il PD sta attraversando e nella quale viene già chiamato a rispondere dei comportamenti altrui.
Tornando in casa nostra, chi si aspettava un clima di forte tensione ha assistito, invece, ad una sequela di interventi composti, espressione di posizioni già note ai più; qualche sottolineatura sulle priorità che l'attuale governo dovrebbe affrontare; qualche cenno al tema dell'identità; riferimenti e opinioni diverse sulla questione del "potere" delle correnti e sulla necessità di tentare di superare questo meccanismo.
Non è mancato qualche elemento di critica, più o meno velato, a sottolineare le diversità di posizioni quasi inconciliabili che si spera possano trovare in un futuro la loro "sintesi".
Poca rilevanza ha avuto la questione dei 101, come fosse già cosa passata alla storia e non un problema meritevole di un dovuto approfondimento in sede assembleare.
Quel che è apparso evidente ai più è stato però l'ennesimo rinvio di ogni discussione alla fase congressuale.
La volontà di evitare conflitti stridenti è emersa anche rilevando che l'annunciata massiccia presenza di aderenti a "Occupy PD" si è risolta, invece, in poche presenze fuori dal padiglione della Fiera dove si stava svolgendo l'Assemblea.
Se l'elemento del "rinvio" è apparso evidente a molti, si potrebbe pensare che la richiesta di risposte alle delusioni post elettorali e la riacquisizione di credibilità nei confronti della base e dell'elettorato preveda tempi lunghi.
La definizione dei criteri e dei meccanismi per l'effettivo cambio di passo appaiono, tuttavia, elementi indifferibili, su cui occorre avviare immediatamente la discussione.
Il Congresso che si celebrerà in autunno, per avere un senso nuovo e marcare la differenza con il passato, non può rischiare di tramutarsi né in una resa dei conti (spesso funzionale soltanto ai posizionamenti personali di chi ha come fine ultimo la "presa del potere e del consenso" a qualsiasi condizione), né in un "riciclaggio" di persone, magari ignote al pubblico di massa, che non temono di "snaturarsi" o di rinnegare le proprie storie, le proprie provenienze e le proprie culture, e che vedono questa come l'occasione buona per "farsi avanti" in rappresentanza delle vecchie correnti.
A livello umorale aleggiava un certo pregiudizio, quasi un irrigidimento sui propri convincimenti: "congresso aperto", "congresso chiuso", modificare regole e statuti ecc. ecc.
Non si sono sentite molte voci, purtroppo, formulare, ad esempio, una semplice domanda: perché il "centrosinistra" non viene ricompreso in una idea di modernità, ma relegato al passato, alla conservazione?
Storie e simbologie spesso vengono dipinte come zavorre, in nome di un "nuovismo" che fa spesso rima con "consenso fine a se stesso", con "arrivare ad esercitare potere e poteri" senza che traspaiano con chiarezza i veri contenuti della proposta innovativa.
Visioni di corto respiro, di breve prospettiva, quali la semplice questione anagrafica, che portano lontano dal cuore dei problemi e rischiano di far scivolare in secondo piano le questioni essenziali.
Quasi l'immagine fosse divenuta più importante del contenuto che a molti è apparso uguale per ogni contenitore: qualificare il compromesso con le idee liberiste come l'orientamento più praticabile.
Non importa chi. Questo s'ha da fare.
Non si ode che in lontananza l'eco di un pensiero politico più coerente e rispettoso dei valori che avrebbero dovuto caratterizzare il partito; quasi le culture politiche si stiano attualizzando in un dibattito ormai eroso,  perdendo gran parte del loro fascino e della loro differenziazione, appiattendosi in una mero cambio di attori su una scena ove si rappresenta la stessa commedia.
"Pacificazione": questa la parola evocata più volte nell'ultimo periodo.
Quasi fossimo in clima di eterna belligeranza; quasi fossimo rassegnati ad accettare una sconfitta imposta dalla storia, dai tempi, da un mondo irrimediabilmente cambiato, facendola passare per una vittoria o per un onorevole "pareggio".
Il clima pacificatorio non può tuttavia essere il filo conduttore di un partito che conta migliaia di iscritti e milioni di elettori e che conta un pluralismo di posizioni che necessitano un punto di arrivo comune.
Attenzione agli irrigidimenti "ideologici", non più realisticamente attuabili; attenzione alle difese ad oltranza di simboli e "moloch" ormai travolti dalla storia e per la difesa dei quali il prezzo da pagare rischia di essere altissimo.
Occorre, tuttavia, resistenza sul nocciolo duro dei valori acquisiti al patrimonio culturale e giuridico del nostro Paese.
Coesione e resistenza coniugata con maggiore ed effettiva attenzione alle esigenze di cambiamento.
Per qualificare però queste parole e per qualificare davvero cambiamento e innovazione occorrerà operare, tra l'altro, scelte precise sui nuovi gruppi dirigenti.
Senza la pretesa di operare cesure sbrigative con il passato, ma dando corso a un naturale passaggio di testimone.
Per segnare la discontinuità occorrono, tuttavia, persone dal profilo politico riconoscibile e coerente; in grado di interpretare e di farsi espressione dell'idea di società che si vuole indicare e in grado di tradurre in proposta politica idee al passo con i tempi.
Guardando fuori da un provincialismo culturale ancora molto diffuso e da meccanismi obsoleti di gestione che continuano a segnare i loro limiti ed evidenziano inadeguatezza nell'interpretare i cambiamenti e la velocità dei cambiamenti stessi con grave rischio di derive autoritarie e populiste o di compromessi deboli e dalle incerte prospettive di durata e di efficacia.
 

Tags:
congressopd







A2A
A2A
i blog di affari
Le radici dell’Architettura
di Mariangela Turchiarulo
Green pass, il futuro del nuovo biocapitalismo della sorveglianza
L'OPINIONE di Diego Fusaro
Obbligo Green pass decisione liberale
L'OPINIONE di Ernesto Vergani


Testata giornalistica registrata - Direttore responsabile Angelo Maria Perrino - Reg. Trib. di Milano n° 210 dell'11 aprile 1996 - P.I. 11321290154

© 1996 - 2021 Uomini & Affari S.r.l. Tutti i diritti sono riservati

Per la tua pubblicità sul sito: Clicca qui

Contatti

Cookie Policy Privacy Policy

Cambia il consenso

Affaritaliani, prima di pubblicare foto, video o testi da internet, compie tutte le opportune verifiche al fine di accertarne il libero regime di circolazione e non violare i diritti di autore o altri diritti esclusivi di terzi. Per segnalare alla redazione eventuali errori nell'uso del materiale riservato, scriveteci a segnalafoto@affaritaliani.it: provvederemo prontamente alla rimozione del materiale lesivo di diritti di terzi.