Prendersi cura di una persona anziana non significa soltanto occuparsi dei suoi bisogni pratici, ma anche conoscerne la storia, le abitudini, i ricordi e le fragilità. Da questa idea nasce il nuovo modulo di medicina narrativa inserito da Family Care di Openjobmetis nel percorso gratuito di formazione per badanti: una novità che punta a valorizzare la dimensione relazionale dell’assistenza e a fornire alle assistenti familiari strumenti ulteriori per costruire un rapporto più consapevole con anziani e famiglie. A spiegare come funziona questo approccio e quale impatto può avere nella vita quotidiana è Elisa Origi, che terrà il modulo dedicato alla medicina narrativa. Dall’ascolto delle storie personali all’utilizzo di fotografie, oggetti e ricordi, fino al possibile impiego con persone affette da demenza o Alzheimer, l’obiettivo è spostare lo sguardo dalla sola prestazione assistenziale alla persona nel suo insieme. L’INTERVISTA
Partiamo dalla definizione: che cos’è esattamente la medicina narrativa e in che cosa si distingue dal semplice ascolto empatico della persona assistita?
Seguendo la definizione Treccani, la Medicina Narrativa è una disciplina che si riferisce all’insieme di narrazioni orali e scritte di persone coinvolte direttamente nella malattia e nella cura: i pazienti, quindi, ma anche le persone loro vicine, quali caregivers, assistenti familiari e professionisti della cura. L’ascolto empatico è una competenza relazionale: significa ascoltare una persona cercando di comprendere il suo punto di vista, le sue emozioni e i suoi significati, senza interrompere, giudicare o riportare il discorso al proprio schema interpretativo. La Medicina Narrativa, invece, è una metodologia clinica e assistenziale. Utilizza l’ascolto empatico, ma non si esaurisce in esso. Integra le narrazioni di pazienti, familiari e professionisti all’interno del percorso di cura per raccogliere informazioni che spesso non emergono da esami o dati clinici e può contribuire a una maggiore aderenza terapeutica. La medicina narrativa può essere molto utile nell’assistenza familiare perché aiuta la badante a conoscere la persona oltre la malattia o il livello di ridotta autosufficienza. Utilizza racconti, abitudini, ricordi e la storia di vita dell’assistito per comprendere bisogni, timori e preferenze. La medicina narrativa può inoltre sostenere le stesse badanti, offrendo spazi per raccontare e riflettere sulla propria esperienza di cura, spesso intensa sul piano emotivo. In questo senso diventa uno strumento non solo per assistere meglio, ma anche per valorizzare la relazione tra assistito, famiglia e caregiver.
Come si traduce concretamente la medicina narrativa nel lavoro quotidiano di una badante? Può farci un esempio pratico di una situazione in cui questo metodo può cambiare la qualità dell’assistenza?
La Medicina Narrativa si traduce in gesti quotidiani: ascoltare senza fretta, accogliere i racconti dell’anziano, annotare una frase, osservare una fotografia insieme o chiedere il significato di un oggetto conservato in casa. Per esempio, se una persona anziana racconta spesso il mare, un episodio dell’infanzia o una ricetta che preparava un tempo, questi ricordi possono diventare occasioni di dialogo, stimolare la memoria e rendere più serena la relazione. La badante non vede più soltanto un bisogno assistenziale, ma una storia di vita.
Quali bisogni degli anziani e delle famiglie avete individuato che oggi rischiano di rimanere scoperti?
Tra i bisogni più trascurati ci sono il bisogno di essere ascoltati, di sentirsi ancora parte della propria storia e di lasciare una traccia della propria esperienza. Gli anziani hanno spesso un forte desiderio di raccontare la propria vita, ma non sempre trovano uno spazio di accoglienza per farlo. Anche le famiglie sentono il bisogno di custodire ricordi, oggetti, abitudini, racconti e valori che rischiano di andare perduti. La medicina narrativa prova a rispondere proprio a questa esigenza di memoria, relazione e riconoscimento della persona.
La medicina narrativa può avere un’utilità particolare con persone affette da demenza, Alzheimer o altre forme di decadimento cognitivo? E quali cautele richiede in questi casi?
Sì, perché il racconto può aiutare a mantenere attive la memoria, l’attenzione e il senso di continuità della propria identità. Fotografie, gusti, canzoni e ricordi familiari possono favorire la conversazione anche quando le capacità cognitive sono ridotte. La cautela principale è non trasformare il racconto in una verifica della memoria per non correggere l’anziano o insistere sull’esattezza dei dettagli. Conta più il significato emotivo del ricordo che la sua precisione.
Avete previsto un modo per misurare i risultati di questa sperimentazione? In altre parole: come capirete se l’introduzione della medicina narrativa migliora davvero il rapporto tra badante, anziano e famiglia?
Siamo all’inizio di questo percorso e dell’introduzione della Medicina Narrativa nella formazione degli assistenti familiari. Come Family Care, siamo orgogliosi di essere i primi a portare questa disciplina all’interno di un percorso pensato per le badanti, perché crediamo che la qualità della cura passi anche attraverso l’ascolto, la relazione e la valorizzazione delle storie di vita. In questa fase iniziale ci interessa raccogliere le restituzioni delle persone che parteciperanno alla formazione e sperimenteranno questi strumenti nella quotidianità dell’assistenza. Saranno le loro esperienze, i racconti degli anziani e i riscontri delle famiglie a dirci quali effetti concreti produce questo approccio.
Il lavoro della badante viene ancora spesso considerato un lavoro prevalentemente pratico. Inserire un modulo di questo tipo significa anche provare a riconoscergli una maggiore professionalità?
Prendersi cura di una persona anziana non significa soltanto svolgere attività pratiche, ma anche saper ascoltare, comprendere bisogni, abitudini e vissuti della persona assistita. La Medicina Narrativa aiuta a sviluppare proprio queste competenze, valorizzando un aspetto del lavoro di cura che spesso rimane in secondo piano. Come Agenzia per il Lavoro specializzata nell’assistenza familiare, Family Care ritiene che la formazione sia importante per assicurare competenza e consapevolezza del ruolo di assistenza familiare in un Paese come l’Italia, primo in Europa per invecchiamento della popolazione. Accanto alle competenze pratiche, è importante offrire strumenti che aiutino le badanti a conoscere meglio la persona che assistono e a instaurare relazioni di fiducia con le famiglie.


