I riflettori della Procura di Milano si accendono ora su Deliveroo. Dopo il caso Glovo-Foodinho, il pm Paolo Storari ha disposto il controllo giudiziario anche per il colosso del food delivery, nell’ambito di un’inchiesta per caporalato. Secondo quanto emerge dagli atti, sarebbero stati sfruttati – con compensi ritenuti sotto la soglia di povertà e approfittando dello stato di bisogno – da 300 fino a 20mila lavoratori sul territorio milanese e nazionale. La società e il suo amministratore unico risultano indagati. Un amministratore giudiziario avrà ora il compito di lavorare per regolarizzare le posizioni dei rider.
“Lavoro 7 giorni su 7, 11 ore al giorno”: le testimonianze dei rider
Le carte contengono decine di deposizioni. Una, in particolare, racconta una routine che diventa paradigma: “Inizio il servizio alle 11 del mattino e finisco alle 22. Lavoro 7 giorni su 7 per circa 11 ore al giorno. La mia paga non è sufficiente”. Lo stesso rider spiega di svolgere un secondo lavoro come facchino in hotel dalle 23 alle 7 per cinque giorni a settimana. Deve pagare affitto e utenze e inviare circa 600 euro alla famiglia in Nigeria. Un altro ciclofattorino racconta di percorrere fino a “150 chilometri al giorno” per effettuare dieci consegne. Le paghe, secondo quanto ricostruito, oscillano tra i 3 e i 4 euro a consegna, con una parte variabile calcolata in base ai chilometri “dall’algoritmo”. C’è chi arriva a guadagnare circa 1.100 euro al mese, altri non superano i 500-600 euro. “Non posso permettermi di rifiutare consegne per mantenere moglie e figli”, ha dichiarato uno dei lavoratori.
“Fa tutto l’algoritmo”: il controllo digitale
Il modello descritto negli atti ricalca quello già contestato nel caso Glovo. L’accesso al lavoro avviene tramite log-in alla piattaforma. Una volta collegato, il rider riceve gli ordini direttamente tramite notifica sull’app. La posizione è monitorata via GPS e, in caso di ritardi, può scattare una telefonata di sollecito. Le prestazioni vengono valutate in base a produttività, frequenza e continuità. “Fa tutto l’algoritmo dell’applicazione”, sintetizza un rider. Gli inquirenti parlano di “controllo digitale” costante, con penalizzazioni automatiche per assenze o cancellazioni. Un elemento ancora non del tutto chiarito riguarda il meccanismo con cui vengono elaborati i dati per assegnare gli ordini e determinare il compenso.
Il meccanismo: partite Iva ma senza reale autonomia
Formalmente i rider operano come partite Iva. Tuttavia, dalle carte emerge che non possono determinare autonomamente la tariffa. La piattaforma non si limiterebbe a retribuire la prestazione, ma misurerebbe anche le scelte del lavoratore – accettazioni e rifiuti – incidendo sulle successive assegnazioni. Secondo la Procura, questo configurerebbe un controllo sostanziale del committente, incompatibile con una reale autonomia professionale.
Gli atti indicano che i ciclofattorini sostengono mediamente costi per circa mille euro annui per svolgere l’attività. Lavorano in media 9-10 ore al giorno per sei giorni a settimana. “Quando mi sono infortunato sul lavoro sono rimasto fermo e non ho guadagnato nulla”, racconta uno di loro. “Sono costretto sempre a lavorare, per pagare le spese e mandare i soldi”, è il refrain che si ripete nelle dichiarazioni. Molti dichiarano di essere alla ricerca di “un lavoro migliore” e di essere pronti a cambiare. Finora la Procura ha esaminato le condizioni di un campione di 55 rider, ma l’ipotesi investigativa riguarda numeri ben più ampi.
Riflettori anche su sette società che si avvalgono dei rider Deliveroo
I carabinieri sono andati anche nelle sedi di sette società, ovvero Mc Donald’s Italia, Burger King Restaurants Italia, Esselunga spa, Carrefour spa, Crai Secom spa, Poke House spa e Kfc (Original Bucket srl), tutte “in rapporti contrattuali” con Deliveroo e che “si avvalgono dei medesimi rider per effettuare le consegne”. Gli investigatori hanno chiesto e acquisito documenti sui “modelli di organizzazione” e sui “sistemi di controllo interni”. Le sette società al momento non risultano indagate.
Nella “richiesta di consegna” di documenti il pm fa riferimento all’inchiesta per caporalato su Deliveroo e ai rapporti tra quest’ultima e le sette società. E chiede di acquisire una serie di atti per “vagliare i modelli organizzativi” delle stesse società e per verificare se sono idonei “ad impedire la commissione del reato” di sfruttamento del lavoro sui rider. Tra i documenti richiesti, oltre all’organigramma aziendale e molti altri, anche le “attività di audit”. Una mossa, da parte della Procura, che ricalca quella dello scorso dicembre, quando il pm Storari nelle indagini sul caporalato negli opifici gestiti da cinesi aveva chiesto a 13 grandi gruppi della moda di “consegnare” tutta “la documentazione”, in particolare quella sui “sistemi di controllo” sulla catena di appalti e subappalti nella produzione.
Deliveroo: “Stiamo collaborando alle indagini”
“Stiamo esaminando la documentazione ricevuta dalle Autorità“. Lo afferma Deliveroo che, in una nota, precisa di “collaborare alle indagini” della Procura di Milano.

