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Milano

Nove anni di reclusione. Questa la pena decisa dai giudici della seconda sezione della Corte di appello per Pierangelo Daccò. I giudici hanno parzialmente riformato la sentenza di primo grado, che era stata di dieci anni in abbreviato.

Pierangelo Daccò è stato "condannato come se fosse stato gestore e amministratore della fondazione" San Raffaele del Monte Tabor "quasi fosse don Verzè", per "un default di un miliardo e mezzo - di cui non è neanche responsabile - non si capisce perché chi risponde per 35 milioni sia l'unico a pagare". E' quanto ha dichiarato l'avvocato Gianpiero Biancolella, legale dell'uomo d'affari condannato in appello a 9 anni di reclusione per il dissesto finanziario del San Raffaele. La condanna inflitta a Daccò "ha dell'incredibile" ha continuato il legale, sottolineando come le contestazioni a lui mosse "sono briciole" in confronto al dissesto del gruppo ospedaliero, quando si fa pagare Daccò "per decisioni di Mario Cal, che era amministratore".

I reati contestati a Daccò sono concorso in bancarotta e associazione per delinquere finalizzata a frodi fiscali, appropriazione indebita e distrazione di beni. In primo grado per lui la procura di Milano aveva chiesto una condanna a cinque anni e sei mesi di reclusione, mentre il gup del tribunale di Milano, Maria Cristina Mannocci, al termine del giudizio con rito abbreviato lo aveva condannato a 10 anni di reclusione, doppiando quasi la richiesta dei pm. La difesa di Daccò ha impugnato quella sentenza e oggi davanti alla seconda sezione penale della corte d'Appello di Milano la condanna è stata di 9 anni.

Andrea Bezziccheri, imprenditore socio di una impresa che lavorava in appalto con il San Raffaele, che aveva scelto come Daccò il rito abbreviato era stato invece assolto. Come sono stati assolti anche Gianluca Zammarchi (socio di Bezziccheri), l'imprenditore Fernando Lora e il suo collaboratore Carlo Freschi, a cui a vario titolo venivano fatte analoghe contestazioni di concorso in bancarotta e associazione per delinquere per il dissesto finanziario del San Raffaele, ma che avevano scelto di essere giudicati con rito ordinario.

L'unico condannato in primo grado al termine del processo davanti al tribunale di Milano è stato (oltre a Daccò in abbreviato) Pierino Zammarchi a cinque anni di carcere. L'ex direttore amministratore del gruppo ospedaliero Mario Valsecchi, invece, aveva chiuso la sua posizione patteggiando due anni e 10 mesi e una multa di 100mila euro. Di fronte alle tre assoluzioni, l'avvocato Biancolella ha rilevato come, secondo lui, la vicenda "si sia sgonfiata", insistendo sul fatto che il suo assistito, che si trova in carcere dall'ottobre 2011 sia "l'unico a pagare".

Secondo la ricostruzione degli inquirenti, sarebbe stato creato un "sistema San Raffaele", con l'obiettivo di formare fondi neri per soddisfare le esigenze economiche personali del vecchio management e di chi era vicino. Il sistema si sarebbe retto sul fatto che gli imprenditori che lavoravano in appalto per il gruppo ospedaliero sovraffatturavano i costi a carico del San Raffaele, per poi retrocedere parte dell'importo maggiorato in contanti o attraverso bonifici bancari. Daccò avrebbe avuto il compito di usare queste somme per creare fondi neri.

 

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