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Competizione o cooperazione?

Competizione o cooperazione? Il significato umano della convivenza civile è suscettibile di svilupparsi secondo due fondamentali linee ermeneutiche. Che forse non sono così contrapposte come molti pensano. Ed anzi dalla loro tensione il confronto civile si fortifica

Competizione o cooperazione?

Pubblichiamo un contributo del magistrato Gustavo Cioppa, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia, con delega alla legalità, alla trasparenza e alla lotta alla corruzione, sul tema dei rapporti tra competizione e cooperazione

Il significato umano della convivenza civile è suscettibile di svilupparsi secondo due fondamentali linee ermeneutiche: o la competizione o la cooperazione. A ben vedere, però, esse sono due facce della stessa medaglia, ove la cooperazione racchiude in sé la competizione, siccome il fisico umano ricomprende al proprio interno muscoli agonisti e antagonisti. La competizione la sperimentiamo sin dai primi anni di scuola, quando siamo spinti a primeggiare per il voto più elevato, ma questa, in parte legittima, “volontà di potenza”, non deve far dimenticare che in ogni impero e in ogni regno vi sono sempre state delle leggi, unitamente a principi scritti e non scritti, che hanno regolato la convivenza civile.

Ecco dunque il nesso funzionale che dimostra la natura illusoria e apparente della competizione: che essa deve sempre essere accompagnata da norme di comportamento universale – il “neminem laedere“, la buona fede, la correttezza, la fiducia, la leale collaborazione-, poiché altrimenti non si avrebbe più a chi rivolgere i nostri traguardi, i nostri successi e, anche a voler aderire alla più egoistica delle interpretazioni psicologiche ed etiche, ogni traguardo è bello solo se condiviso con qualcuno, come ogni sovrano necessita di un popolo, di collaboratori, di organi che consentano allo Stato di funzionare. Viceversa, ci si troverebbe a regnare sul deserto. La storia ci insegna dunque come, accanto agli agoni sportivi, vi fosse sempre un momento di doveroso confronto e scambio di reciproca stima con l’avversario (giammai “nemico”). Ciò perché, avendo consapevolezza di essere mortali, siamo tutti consapevoli di necessitare dell’aiuto o della cooperazione di qualcuno, prima o poi.

Di qui, da questa consapevolezza di omerica memoria, è nata la civiltà, e due suoi istituti giuridici simbolici, trattati copiosamente da ogni manuale di diritto privato: l’obbligazione e il contratto. Tanto la nozione più generale (l’obbligazione) quanto quella più specifica (il contratto) necessitano infatti di almeno due parti (principio di dualità dell’obbligazione). E infatti, l’obbligazione presuppone sempre un rapporto relazionale, poiché non è concepibile un diritto o un dovere se non in relazione a qualcun altro. Così, anche nell’obbligazione da fatto illecito, a ben vedere, un vincolo obbligatorio scaturisce tra il danneggiante e il danneggiato e addirittura nella violazione del diritto comunitario si stringe un nesso tra lo Stato inadempiente, i propri cittadini e l’Unione Europea (cfr sentenza “Frankovich”).

È così allora che è nato il commercio, di qui le origini della moderna economia: dallo scambio, ossia dal confronto, dalla relazione. Anche i contratti associativi e di società derivano da una cooperazione, da un dialogo tra presidente, soci, sindaci e amministratori e possono agevolmente essere visti come aggregati di contratti commutativi, ossia come sintesi di contratti di lavoro, di appalto, di somministrazione, ecc. Ecco dunque che gli esseri umani hanno compreso il valore della società, in particolare della società cooperativa, ricordata anche nell’articolo 45 della nostra Costituzione. La società cooperativa, ove non rileva la quota di capitale sociale posseduto, quanto piuttosto il principio del voto capitario, è espressione in uno proprio di questa logica di cooperazione (da cui il nome) e della valorizzazione del momento funzionale e principio formativo dell’umanità. La società di diritto privato, peraltro, possiede la stessa etimologia della “società” intesa come “società civile”. Un caso? Non credo.

E infatti, come i rapporti tra soci devono essere improntati al rispetto, alla buona fede e alla correttezza e come costante diritto soggettivo dei soci sia quello della consultazione dei libri sociali e delle deliberazioni assembleari, così anche i rapporti tra i membri della società civile devono parimenti essere improntati al rispetto, alla correttezza, alla buona fede, alla fiducia. Proprio da questi principi nasce la cooperazione, nella quale rinviene il proprio significato la stessa competizione, come ribadito in secoli più recenti da alcuni pensatori che, pur partendo da una prospettiva che poneva l’individuo al centro, hanno necessariamente dovuto elaborare figure teoriche di solidarietà e di provvidenza, come la smithiana “mano invisibile“, che sole possono giustificare la genesi della società civile, la quale non a caso deriva dalla stipula…del contratto sociale originario (Rousseau, Telesio, Spinoza, Locke, Hobbes). Per una forma di eterogenesi dei fini, dunque, ciò che è competizione si risolve necessariamente in un’ottica cooperativa, poiché solo in tale prospettiva è possibile il funzionamento della società civile, siccome solo dalla collaborazione tra muscoli agonisti e antagonisti è possibile il funzionamento del corpo umano.