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Data center, CGIL Lombardia: la legge regionale lascia soli i territori e non governa l’impatto ambientale, energetico e sociale

La CGIL Lombardia esprime un giudizio negativo sulla legge approvata dal Consiglio regionale: “Non si può ignorare l’impatto ambientale ed energetico dei data center”

Data center, CGIL Lombardia: la legge regionale lascia soli i territori e non governa l’impatto ambientale, energetico e sociale
Data-Center

IMPRESE-LAVORO.COM – Nella giornata di martedì 26 gennaio il Consiglio regionale della Lombardia ha votato e approvato la Proposta di legge sui data center. Come CGIL Lombardia confermiamo il nostro giudizio negativo sul provvedimento, che presenta forti criticità e rischia di produrre conseguenze rilevanti sui territori, sull’ambiente, sul consumo di suolo, sulle reti idriche ed energetiche e sulla qualità del lavoro.

La Lombardia è già oggi la regione in cui si concentra il 63% dei data center presenti in Italia. Proprio per questo sarebbe necessario un quadro normativo capace di governare il fenomeno, orientare gli investimenti e definire criteri chiari. Al contrario, la legge approvata non introduce regole sufficienti per la localizzazione e la realizzazione di nuove infrastrutture. Senza vincoli stringenti, qualsiasi operatore o azienda potrà realizzare nuovi data center anche in aree verdi e agricole, invece che nelle tante aree dismesse e da riqualificare presenti in Lombardia.

Il verde, il suolo agricolo e la vocazione produttiva dei territori rischiano così di essere ulteriormente compromessi. Troviamo inoltre quantomeno singolare il silenzio delle associazioni degli imprenditori agricoli su un tema che riguarda direttamente il futuro dell’agricoltura lombarda. Un’altra criticità riguarda il ruolo dei Comuni. I data center, avendo nella quasi totalità dei casi consumi superiori ai 5 megawatt, saranno di fatto considerati attività produttive a tutti gli effetti. Questo rischia di ridurre fortemente il coinvolgimento delle amministrazioni comunali, senza garantire ai territori un reale potere di partecipazione, valutazione, assenso o dissenso rispetto all’insediamento di queste infrastrutture. Non si può inoltre ignorare l’impatto ambientale ed energetico dei data center, che consumano grandi quantità di acqua ed energia elettrica. In una fase segnata da estati sempre più torride, siccità ricorrenti e reti idriche ed elettriche già sottoposte a forti pressioni, è indispensabile chiedersi come si intendano conciliare questi nuovi fabbisogni con quelli della natura, delle comunità, dell’agricoltura e delle attività produttive già presenti.

Per queste ragioni, come CGIL Lombardia chiediamo a Regione Lombardia una convocazione urgente sul tema e l’apertura di un confronto strutturato, anche in ambito territoriale, con le nostre categorie e con le Camere del Lavoro ogni volta che verrà pianificata la realizzazione di un nuovo data center. Come sindacato riteniamo centrale anche il tema della qualità del lavoro. Occorre chiarire quanti nuovi posti di lavoro verranno effettivamente creati, quali competenze saranno necessarie, quali contratti collettivi nazionali verranno applicati, quali diritti economici e normativi saranno garantiti alle lavoratrici e ai lavoratori. Non possiamo accettare che aziende miliardarie scarichino ancora una volta il costo del lavoro su appalti, subappalti, cooperative o altre forme di esternalizzazione che rischiano di comprimere salari, tutele e diritti. La responsabilità sociale non è un capriccio della CGIL, ma un dovere delle istituzioni regionali e territoriali.

“In tutto il mondo sta aumentando l’attenzione pubblica delle comunità e dei territori in cui si insediano queste infrastrutture”, dichiara Valentina Cappelletti, segretaria generale della CGIL Lombardia. “La scelta di non esercitare una vera funzione di programmazione lascia i territori soli nel confronto con attori economici dotati di un potere di influenza enorme e accresce la nostra dipendenza tecnologica. L’attrazione degli investimenti deve essere selettiva: gli attori pubblici devono mettersi nella condizione di negoziare con autorevolezza ed efficacia, avendo a mente la sostenibilità complessiva e di lungo periodo delle scelte che compiamo oggi”.