Fondato nel 1996 da Angelo Maria Perrino
Direttore responsabile Marco Scotti

Home » Milano » Ferraris: “Serve un progetto nazionale per riorganizzare il sistema sanitario”

Ferraris: “Serve un progetto nazionale per riorganizzare il sistema sanitario”

Intervista a Luciano Elvio Ferraris, medico impegnato a contrastare l’emergenza sanitaria provocata dalla diffusione del coronavirus

Ferraris: “Serve un progetto nazionale per riorganizzare il sistema sanitario”
Luciano Elvio Ferraris

Ferraris: “Serve un progetto nazionale per riorganizzare il sistema sanitario”

Intervistiamo Luciano Elvio Ferraris, classe 1955, medico in prima linea nella emergenza pandemica Coronavirus, fisiopatologo respiratorio, anestesista rianimatore, allergologo, un lungo e solido curriculum scientifico professionale nel pavese ed a Milano dove lavora come libero professionista presso importante clinica privata convenzionata. Ma il dottor Ferraris non è stimato solo per la sua assoluta serietà e dedizione professionale ma anche per il suo essere sempre stato uomo libero e coerente, con il coraggio di esprimere sempre il proprio pensiero, anche quando controcorrente. E’ stato dirigente della destra universitaria a Pavia e consigliere comunale del MSI a Vigevano, in molti, sia colleghi che concittadini, lo vorrebbero nuovamente in politica.

Dottor Ferraris, la curva dell’epidemia di COVID-19 è attualmente in discesa e vi è meno pressione sugli ospedali, ma quali sono stati i punti di criticità del sistema sanitario emersi durante la fase più grave dell’emergenza?

 Attualmente è in discesa, progressiva ma lenta, segno che la diffusione è avvenuta non tracciata su un numero certamente più ampio di quello conosciuto e dichiarato. Di certo ora le strutture si sono adeguate, ma all’inizio il sistema sanitario lombardo è stato travolto e scompaginato da un afflusso impensato e imprevedibile di malati anche gravi o gravissimi. Imprevedibile almeno secondo le informazioni che la Cina ha voluto fornire all’Europa e al mondo intero, certo le immagini che da là provenivano e le decisioni di costruire dieci nuovi ospedali in una settimana doveva far suonare un forte campanello d’allarme che non suonò. Alla sottovalutazione contribuì anche l’OMS alquanto latitante o ondivaga. Dalla politica fu perso, colpevolmente, almeno un mese e tutto il sistema sanitario  fu lasciato com’era. Le criticità maggiori sono derivate dalla impreparazione generale ad affrontare maxiemergenze in ospedali ridotti sia di numero che di personale per cosiddette razionalizzazioni, parola tecnica che significa tagli lineari all’assistenza ospedaliera iniziata molti anni addietro. In Lombardia i posti in Terapia Intensiva nel sistema pubblico e privato sono sufficienti a garantire il normale funzionamento della attività chirurgica svolta ad altissimo livello quantitativo e qualitativo, non dimentichiamo che in Milano si può trovare ogni eccellenza chirurgica di qualsiasi specialità.  Ma se accade qualcosa di acuto e massivo i posti si saturano velocemente, teniamo presente che per gli ospedali le terapie intensive sono considerate un risorsa ma anche un pesante costo economico. Certo il modello mutuato dal sistema statunitense e basato sui DRG ha portato negli anni a privilegiare le chirurgie ad elevato rimborso con ciclici sbandamenti delle richieste e delle offerte cliniche. Nella prima fase gli errori furono essenzialmente due, aver lasciato a casa senza diagnosi certa malati che poi si sono aggravati, e aver poi centralizzato tutto sugli ospedali con pronti soccorsi letteralmente presi d’assalto dalle ambulanze. I medici di base non sapevano bene come comportarsi e non avevano mezzi di protezione adeguati. La risposta ospedaliera è stata pronta, le sale operatorie riconvertite in terapie intensive con l’allestimento di centinaia di posti anche grazie alla encomiabile risposta di medici, infermieri e personale della logistica di supporto. Interi ospedali pubblici e convenzionati sono diventi COVID. Non dimentichiamo poi la carenza di medici, noi stiamo importando professionisti da mezzo mondo mentre molti nostri giovani che volevano iscriversi alla facoltà di medicina non hanno trovato posto e quelli che si sono laureati, in buon numero, hanno preferito altri paesi come il Regno Unito, la Francia e la Germania dove sono pagati per quello che davvero meritano. Nella mia disciplina poi è facilissimo andare all’estero perché, mi sia consentito il dire, gli Anestesisti Rianimatori italiani  sono ammirati ovunque. Non dimentichiamo che il mondo intero riconosce la grandezza indiscussa di un Maestro come il Prof. Luciano Gattinoni, ma tantissimi suoi allievi e colleghi di altre università ingrossano le fila della Rianimazione in tutta Italia. Non esiste lavoro scientifico su argomenti di trattamento intensivistico respiratorio che non citi in bibliografia almeno un rianimatore italiano.

Quanto hanno inciso su tutto ciò i tagli alla sanità effettuati negli ultimi anni?

La sanità ha subito negli anni un depotenziamento spaventoso in termini di posti letto negli ospedali e quindi nelle terapie intensive. I tagli sono stati importanti non solo nelle strutture, ma anche nel mancato reintegro di personale qualificato, per formare un Rianimatore in grado di seguire, in autonomia, pazienti critici ci vogliono anni di lavoro e dedizione sotto la guida di colleghi di provata esperienza. Se confrontiamo i numeri di posti letto di terapia intensiva in Italia con quelli di Francia e Germania possiamo notare quale danno sia stato inferto alla collettività. A fine febbraio i posti letto in Italia erano 8,58 ogni 100 mila abitanti, circa 8 anni fa erano 12,5 ogni 100 mila abitanti. Già allora in Germania erano 29,2 quindi più del doppio e così il doppio era la quota pro capite di ogni abitante destinata dal fondo sanitario. I governi di ogni colore asserivano di voler potenziare il sistema ma, in realtà, tra tagli e definanziamenti in dieci anni sono stati erogati 37 miliardi di euro in meno. Tenendo presente che la moderna medicina intensivistica ha necessità di reintegro di materiali di supporto vitale che diventano vecchi, con nuovi sistemi più affidabili ed efficaci ma, inevitabilmente costosi, i responsabili delle Rianimazioni hanno dovuto lottare per ottenere sempre il meglio per i pazienti. Nella classifica europea del numero di posti per acuti noi oggi siamo sotto a paesi come Serbia, Bulgaria e Grecia. E’ chiaro che con tale situazione esplosiva il fatto che il sistema abbia retto ha del miracoloso, grazie alla meravigliosa risposta del personale sanitario a tutti i livelli. Non dimentichiamo che per giorni si sono vissuti scenari apocalittici. La medicina del territorio è da anni penalizzata, i medici di medicina generali sono stati usati più per controllare la spesa sanitaria che per offrire assistenza ai loro mutuati, oberati da richieste continue di tipo amministrativo hanno, in pratica e loro malgrado, abdicato alla funzione di medici clinici. La battaglia è stata persa sul territorio, il messaggio di stare in casa e non fare nulla anche se malati ha fatto perdere giorni importanti per le cure e i morti si sono contati a migliaia. Si arrivava in ospedale ormai con condizioni polmonari gravi o gravissime al limite della irreversibilità.

L’Italia è il Paese europeo che ha messo in atto le misure più restrittive, era inevitabile?

Sinceramente penso di si, sin dal giorno della comunicazione del primo tampone positivo a Codogno sapevamo che vi sarebbe stata una epidemia esplosiva, certo non di quella portata o gravità. Eravamo consci che il peggio sarebbe potuto arrivare, tutto questo mentre il Sindaco di Milano minimizzava, nascevano sui social hashtag del tipo ‘Milano non si ferma’ e la gente continuava a infettarsi mangiando gli ‘involtini primavera’ o bevendo aperitivi sui Navigli. In quella selva di informazioni discordanti su invito del direttore de ‘L’Informatore Vigevanese’ scrissi un articolo in cui esortavo i lettori a comportarsi con prudenza perché il sistema non avrebbe retto e non avremmo più potuto curare la gente perché si sarebbero saturate le terapie intensive e gli ospedali. In quei giorni si parlava ancora di banale influenza, ricordate l’On. Zingaretti? Di li a pochi giorni sarebbe stato un crescendo infernale. Il lock down è stata la inevitabile e giusta azione da compiere, non avevamo cure certe e si andava a tentoni impiegando farmaci impiegati per altre forme virali o, addirittura, per altre malattie come l’artrite reumatoide. In Rianimazione si è dovuto imparare che era una forma polmonare che richiedeva una ventilazione meccanica diversa dalla consueta. Si doveva distanziare la gente per rendere difficile la vita al virus il quale, fino a pochi giorni prima, aveva trovato non vie di propagazione ma vere autostrade. Le informazioni provenienti dalla Cina erano di scarsa utilità quando non errate o dannose. Sempre in quei giorni gli Inglesi deridevano gli Italiani, qualcuno scrisse che erano tutte scuse per stare a casa e non lavorare, molti miei amici di Londra pensavano che noi fossimo dei poveri sfortunati colpiti da un destino amaro e, pur con tanto affetto, mi compativano un poco vedendomi bardato come un palombaro. Boris Johnson avvisava il popolo che qualcuno avrebbe potuto piangere un suo caro ma, in pratica la vita caotica delle metropoli continuava. Oggi il Primo Ministro inglese si è salvato dopo giorni in terapia intensiva, ma la Gran Bretagna ha superato l’Italia per infetti e per deceduti. Si il blocco totale andava fatto.

Il governo ha deciso di affidarsi esclusivamente a esperti che non sempre hanno mostrato uniformità di opinioni e ci siamo abituati a risse mediatiche tra virologi. Pensa che in Italia ci sia un problema di credibilità?

Diciamo piuttosto che il governo ha messo sul libro paga 450 ‘esperti’, non credo sia la forma migliore per affrontare non dico questa emergenza di portata epocale, ma nessun problema in genere. La sommatoria di diverse opinioni non costituisce la somma algebrica della verità. Abbiamo poi scoperto che l’Italia è piena di virologi che hanno contribuito non poco a trasmettere informazioni errate o scarsamente suffragate da evidenze scientifiche. I media hanno poi influito su questa disinformazione, certamente facendo il loro lavoro ma, su ogni canale televisivo, trovavi un virologo diverso che esternava sue personalissime opinioni spesso in conflitto con altri colleghi o presunti tali. La massa delle informazioni è stata elevata ma non chiara, ciò ha contribuito a creare confusione e i due estremi comportamentali la banalizzazione e l’immotivato panico. Pur con tutti gli errori commessi, da tutti, non sarei ingeneroso con il popolo italiano e la credibilità è stata guadagnata sul campo pagando un prezzo altissimo in termini di vite umane. Con il senno di poi tutti sono scienziati ma, all’atto pratico, chi deve decidere ha l’obbligo di assumersi le proprie responsabilità anche confrontandosi con tecnici, ma il timone politico deve dare risposte forti, credibili e non affidarsi a decisioni che sono la somma alchemica delle forze partitiche al governo. Governo che, rammento, non è stato eletto da alcuno.

Cosa ci spetta in questi mesi di convivenza con il virus?

Credo che le nostre vite cambieranno, dentro e fuori. Siamo tutti segnati, quelli che hanno dovuto restare confinati in casa e quelli che hanno dovuto lavorare incessantemente per garantire assistenza sanitaria e forniture di ogni tipo, rammento le forze dell’Ordine, i Militari, ma anche, e forse soprattutto, gli addetti ai trasporti o i commessi dei supermercati e così via. Abbiamo notato quanto il mondo basato sull’effimero sia fragile di fronte alle avversità, quasi inconsistente, sono saltati i rapporti sociali e molto viene mantenuto con mezzi informatici che non possono certo sostituire un abbraccio fraterno o una stretta di mano. Noi siamo esseri sociali e dovremo invece rimodulare i nostri comportamenti per non ammalarci e per non fare ammalare, un nuovo senso di responsabilità collettiva dovrà perfezionarsi, lo sterile egoismo individualistico va superato, la massa intesa come maschera per il vuoto del proprio io deve lasciare posto a un altro modo di stare insieme. Si incomincia da cose pratiche come andare in metropolitana o al ristorante e poi, per traslazione  speculativa, al proprio essere come individuo consapevole di essere parte di una comune volontà collettiva che si chiama ancora Nazione. Da ogni esperienza, anche la più tragica, si deve trarre insegnamento e un arricchimento pratico e spirituale. Possa da questa esperienza nascere un’Italia più forte e consapevole dei suoi limiti, ma anche delle proprie potenzialità.