Franco Baresi non era nato a Milano, ma poche figure dello sport hanno finito per identificarsi con la città quanto lui. Arrivato giovanissimo dalla provincia di Brescia, ne ha attraversato quasi mezzo secolo di storia calcistica, diventando prima il Capitano del Milan, poi un simbolo riconosciuto anche dagli avversari e infine uno dei volti più amati e rispettati della Milano sportiva. L’ultima immagine pubblica è anche quella che meglio racconta questo rapporto. Il 6 febbraio 2026 Baresi entrò ancora una volta a San Siro, la sua casa per vent’anni, portando la torcia durante la cerimonia di apertura dei Giochi olimpici invernali di Milano Cortina. Accanto a lui c’era Giuseppe Bergomi, altra bandiera del calcio milanese, capitano dell’Inter e storico avversario nei derby. Un ultimo tratto percorso insieme, rossonero e nerazzurro, prima di consegnare il fuoco olimpico al prato del Meazza. Per Baresi furono “gli attimi più emozionanti” della sua vita sportiva.
“Lo stadio Meazza è stato la mia casa per vent’anni”
“Lo stadio Meazza è stato la mia casa per vent’anni e a casa ci sentiamo tutti al sicuro”, raccontò. “Mi ha emozionato entrare nello stadio e portare il fuoco lì dentro, proprio io. Hai quella torcia tra le dita e sai che contiene la storia dello sport e un po’ anche quella della civiltà umana”. Dietro quell’emozione c’era anche la consapevolezza della malattia. Baresi aveva affrontato l’asportazione, con una tecnica mini-invasiva, di un nodulo polmonare scoperto durante alcuni controlli. “Essere un atleta mi ha aiutato a lottare e il mio corpo mi ha permesso di resistere. L’ho fatto per tutta la vita: ho sempre lottato, in campo e fuori”, aveva spiegato.
Parole che oggi suonano come il testamento di un uomo abituato a trasformare la difficoltà in forza. “Nessuno mi ha mai regalato niente”, ripeteva. Una frase capace di riassumere la sua storia, cominciata ben prima delle Coppe dei Campioni e delle notti trionfali di San Siro.
Da Travagliato a Milano, la città che gli cambiò la vita
Franchino Baresi, per tutti Franco, era nato l’8 maggio 1960 a Travagliato, nel Bresciano. Rimasto presto orfano dei genitori, arrivò a Milano ancora adolescente per sostenere un provino con l’Inter. Il club nerazzurro non lo scelse, ritenendolo troppo gracile. Tornò alcuni anni dopo e, dopo tre provini, entrò nelle giovanili del Milan. Da quel momento non cambiò più né squadra né città. Nils Liedholm lo fece debuttare in prima squadra nella stagione 1977-78 e l’anno successivo Baresi partecipò alla conquista dello scudetto della stella. Fu l’inizio di un rapporto irripetibile. Venti stagioni con la stessa maglia, quindici delle quali da capitano, 719 presenze ufficiali e un palmarès comprendente sei scudetti, tre Coppe dei Campioni, due Coppe Intercontinentali, due Supercoppe europee e quattro Supercoppe italiane. Dopo il suo ritiro, nel 1997, il Milan tolse per sempre dalla circolazione la maglia numero 6.
Baresi aveva conosciuto anche il Milan degli anni più difficili. Nella stagione 1981-82 una malattia del sangue lo costrinse a restare lontano dal campo per diversi mesi. Il club retrocesse in Serie B, ma lui rimase. Sarebbe rimasto anche negli anni della rinascita, diventando il perno della squadra di Arrigo Sacchi e poi di Fabio Capello, capace di dominare in Italia, in Europa e nel mondo.
Il Capitano silenzioso della Milano rossonera
Baresi era un leader senza bisogno di esibire la propria autorità. Parlava poco, non alzava la voce e raramente concedeva interviste. In campo, però, comandava tutto: la difesa, i movimenti dei compagni, i tempi della partita. Gianni Brera lo definì un “cigno fra i paperi”. Altri lo chiamarono lo “stilista feroce”, un’espressione che univa l’eleganza delle sue letture difensive alla durezza necessaria per fermare gli attaccanti. Per i tifosi diventò semplicemente il Capitano. Il 16 dicembre 1999, durante le celebrazioni per il centenario del Milan, fu scelto come “Milanista del secolo”. Nel 2013 entrò nella Hall of Fame del calcio italiano e negli anni successivi continuò a rappresentare il club nel ruolo di vicepresidente onorario.
La Milano rossonera lo considerava uno dei propri monumenti. Quella nerazzurra lo aveva affrontato e temuto per decenni, ma non gli aveva mai negato il rispetto. Un riconoscimento nato anche dalla sua idea della rivalità: intensa, assoluta durante i novanta minuti, ma mai trasformata in inimicizia.
I fratelli Baresi e il derby vissuto in famiglia
Il rapporto tra Franco Baresi e Milano passa inevitabilmente anche dal derby. Suo fratello maggiore Giuseppe era infatti una bandiera e un capitano dell’Inter. Due fratelli cresciuti insieme, poi divisi dai colori delle squadre che rappresentavano. Il 2 marzo 1980, proprio nel giorno in cui San Siro venne intitolato a Giuseppe Meazza, i due fratelli si trovarono uno di fronte all’altro in campo. Un’immagine entrata nella storia del calcio milanese: due capitani, due maglie rivali, una sola famiglia.
“Cercavamo di lasciare il derby fuori dalla porta”, avrebbe ricordato Franco. La preoccupazione, tra i due, era soprattutto che nessuno si facesse male. Persino alla vigilia delle sfide più sentite riuscivano a scherzare, provando ad alleggerire una partita che per la città valeva sempre molto più dei tre punti. Anche per questo l’Inter, nel suo messaggio di cordoglio, ha ricordato Baresi come una delle figure che hanno definito la storia del derby: un avversario leale, misurato e affidabile, protagonista di 35 stracittadine.
Dalla Nazionale all’Ambrogino d’oro
Campione del mondo nel 1982, fu capitano dell’Italia arrivata alla finale dei Mondiali statunitensi del 1994. Giocò contro il Brasile dopo avere recuperato in tempi straordinariamente brevi da un intervento al menisco. Disputò 120 minuti di altissimo livello, prima dell’epilogo ai rigori. Il suo tiro finì sopra la traversa e Baresi lasciò il campo in lacrime. Quell’immagine, anziché indebolirne il mito, lo rese ancora più umano. Il riconoscimento definitivo da parte della città arrivò il 7 dicembre 2021, quando il Comune gli assegnò l’Ambrogino d’oro per la straordinaria carriera sportiva, i valori umani e il profondo legame con Milano.
“Sono felice, onorato e orgoglioso”, disse ricevendo il premio dal sindaco Giuseppe Sala. “Significa che forse qualcosa di positivo l’ho fatto”. Dedicò l’onorificenza alla famiglia, ai tifosi e a tutte le persone che gli avevano voluto bene. Era la gratitudine di Milano verso un uomo che non si era limitato a vincere con una squadra della città. Baresi ne aveva interpretato lo stile più riservato: il lavoro, la disciplina, l’ambizione senza ostentazione, la capacità di rialzarsi.
L’ultimo giro a San Siro con la fiamma olimpica
La storia si è chiusa nel luogo in cui era diventata leggenda. A San Siro, davanti agli sportivi di tutto il mondo, con una torcia tra le mani e Beppe Bergomi al suo fianco. Baresi aveva confidato che, quando il presidente del Coni gli aveva proposto di partecipare, aveva risposto con la consueta ironia: “Siete sicuri? Guardate che non sono tanto in forma”. Poi mantenne il segreto fino alla cerimonia e affrontò quell’ultimo tratto con le gambe e la mano che tremavano. Per una notte il Capitano del Milan non rappresentò soltanto il mondo rossonero, ma l’intera città. Il calcio e le Olimpiadi, il Milan e l’Inter, la memoria di San Siro e la Milano proiettata verso il futuro si incontrarono nella stessa immagine.

