Il nuovo giallo sulle analisi del Dna effettuate nel 2007 sui pedali della bicicletta di Alberto Stasi rischia di produrre conseguenze che vanno ben oltre l’inchiesta oggi aperta a Pavia su Andrea Sempio. La prima, e più immediata, riguarda naturalmente proprio Stasi. Ma sullo sfondo si apre un interrogativo più ampio: se venissero definitivamente confermate anomalie nella gestione di alcuni risultati scientifici da parte del Ris di Parma, quale impatto potrebbe avere la vicenda su altri grandi casi giudiziari nei quali la prova scientifica ha avuto un ruolo decisivo? È la domanda posta da La Verità, che individua in particolare due procedimenti lombardi che potrebbero essere destinati a tornare al centro del dibattito: l’omicidio di Yara Gambirasio e la strage di Erba.
Dall’altra parte c’è poi un secondo fronte, tutto interno al caso Garlasco: quello delle eventuali responsabilità per ciò che sarebbe accaduto nel 2007. Ma qui, secondo l’analisi affidata dal Tempo all’ex magistrato Antonio Rinaudo, potrebbe esserci un ostacolo insormontabile: la prescrizione.
Il primo effetto: la revisione del processo ad Alberto Stasi
Il punto di partenza non può che essere Alberto Stasi. La Procura di Pavia ha reso noto che il profilo genetico attribuito il 19 settembre 2007 a Chiara Poggi sui pedali della bicicletta risultò totalmente negativo in due successive corse elettroforetiche effettuate il giorno seguente e che di quelle controanalisi non sarebbe stata trovata traccia negli atti del procedimento e del processo celebrato contro Stasi. È proprio su questo elemento che la difesa dell’ex studente bocconiano intende costruire la richiesta di revisione. L’avvocata Giada Bocellari ha già indicato i risultati negativi sui pedali come elemento “centrale” della futura istanza alla Corte d’Appello di Brescia. La Procura di Pavia ha precisato di non avere mai chiesto direttamente la revisione della condanna. Gli elementi raccolti, tuttavia, possono essere valutati autonomamente dalla Procura generale di Milano, oltre naturalmente a essere utilizzati dalla difesa. È dunque questa la conseguenza più concreta e immediata del nuovo capitolo sul Dna: capire se quanto emerso oggi possa costituire una “prova nuova” capace di incidere sulla sentenza definitiva che ha condannato Stasi a 16 anni per l’omicidio di Chiara Poggi.
L’effetto domino su altri casi lombardi
Ma il ragionamento può allargarsi. Secondo La Verità, quanto sta emergendo a Garlasco mette sotto una luce diversa il rapporto tra prova scientifica e processo. Il quotidiano parla del rischio di un possibile “effetto domino” e di un “revisionismo scientifico”: se venisse dimostrato che una parte significativa degli accertamenti è rimasta fuori dal fascicolo, anche la cosiddetta “prova regina” potrebbe diventare oggetto di nuove contestazioni in procedimenti nei quali il Dna e gli accertamenti del Ris hanno avuto un peso determinante. Il punto, naturalmente, non è sostenere che un eventuale errore a Garlasco renda automaticamente inattendibili analisi svolte in altri procedimenti. Si tratta però di una vicenda destinata a essere utilizzata dalle difese che da anni contestano la tenuta di alcune prove scientifiche.
Yara Gambirasio, il Dna al centro della condanna di Bossetti
Nel caso dell’omicidio di Yara Gambirasio, la prova genetica è stata centrale. Il profilo di “Ignoto 1”, individuato sugli indumenti della tredicenne, fu attribuito a Massimo Bossetti dopo una vastissima campagna di prelievi genetici. Il muratore di Mapello è stato poi condannato definitivamente all’ergastolo. La difesa ha sempre contestato l’attendibilità della traccia e ha più volte cercato di ottenere nuovi accertamenti sui reperti. Nel febbraio 2024 la Cassazione dichiarò inammissibile la richiesta di poter effettuare nuove analisi, consentendo alla difesa soltanto di visionare i reperti. La vicenda, però, non è chiusa sul piano delle iniziative difensive. Nel giugno 2026 gli avvocati di Bossetti hanno depositato una nuova istanza alla Corte d’Assise di Bergamo per ottenere accertamenti tecnico-scientifici su reperti e campioni biologici ancora esistenti, sulla base di elementi emersi dalla documentazione fotografica ad alta risoluzione realizzata dal Ris di Parma. È quindi comprensibile che le novità di Garlasco vengano osservate con particolare attenzione anche da chi continua a lavorare sul caso Yara.
Strage di Erba, il precedente della richiesta di revisione
L’altro caso richiamato da La Verità è quello della strage di Erba. Rosa Bazzi e Olindo Romano sono stati condannati definitivamente all’ergastolo per la strage dell’11 dicembre 2006. Anche in quel procedimento ebbero un ruolo gli accertamenti scientifici del Ris di Parma, compresa la traccia ematica rinvenuta sul battitacco dell’auto di Olindo. Negli anni la difesa ha più volte contestato l’impianto accusatorio e ha chiesto la revisione del processo. La Corte d’Appello di Brescia ha dichiarato inammissibile l’istanza e nel marzo 2025 il caso è arrivato in Cassazione, dove la Procura generale ha chiesto di confermare l’inammissibilità sostenendo che le “prove nuove” proposte fossero mere congetture. Anche qui, dunque, Garlasco non produce alcun automatismo. Ma può diventare un precedente mediatico e argomentativo per chi sostiene da anni la necessità di rimettere mano alle prove scientifiche utilizzate nei grandi processi.
E le eventuali omissioni del 2007? Il nodo della prescrizione
C’è poi l’altra faccia della vicenda. Se davvero le controanalisi negative sui pedali non furono inserite nel fascicolo, è inevitabile chiedersi se possano emergere responsabilità penali per chi gestì quegli accertamenti. Secondo Il Tempo, però, anche qualora venissero individuate responsabilità, gli eventuali reati sarebbero con ogni probabilità già prescritti. Il quotidiano ha interpellato l’ex magistrato antimafia Antonio Rinaudo, secondo il quale, nell’ipotesi di una condotta dolosa della polizia giudiziaria, si potrebbe astrattamente ragionare su un falso in atto pubblico finalizzato alla calunnia. Rinaudo osserva però che, partendo dai fatti del 2007-2008 e in assenza di eventuali atti interruttivi oggi non noti, i termini sarebbero ormai decorsi. Se invece si trattasse di un’omissione colposa o di un errore, aggiunge l’ex magistrato, sarebbe ancora più difficile configurare una responsabilità penale.
Prescritto non significa irrilevante
La prescrizione degli eventuali reati non renderebbe tuttavia irrilevante ciò che viene ricostruito oggi. Resta infatti il problema della correttezza degli accertamenti, delle modalità con cui furono trasmessi alla Procura e, soprattutto, dell’eventuale incidenza di quei dati sulla posizione di Alberto Stasi. Ed è qui che i due piani tornano a incrociarsi: le eventuali responsabilità personali per fatti risalenti a quasi vent’anni fa potrebbero non essere più perseguibili, ma le conseguenze processuali di quelle stesse condotte potrebbero invece essere ancora attuali. In primo luogo per la possibile revisione della condanna di Stasi. E, più indirettamente, per il nuovo argomento che il caso Garlasco offre alle difese impegnate da anni a mettere in discussione prove scientifiche utilizzate in altri grandi processi. Il vero effetto domino, dunque, non sarebbe quello di riaprire automaticamente Brembate, Erba o altri casi. Sarebbe piuttosto quello di riportare al centro del dibattito una domanda molto più generale: quanto conta non soltanto la qualità della prova scientifica, ma anche il modo in cui quella prova viene conservata, interpretata e consegnata al processo?


