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Grattacieli di carta

Cosa hanno in comune Citylife e Quarto Oggiaro, oltre al fatto di essere due pezzi di Milano assai differenti l’uno dall’altro? Sono le due polarità di una tensione che attraversa il mancato sviluppo di questa città da troppi anni. Sono le due facce di un’emergenza abitativa di cui il lato in ombra sono i palazzi popolari, tanto nuovi quanto fatiscenti, di via della Torre, quello “luminoso” sono i mega progetti urbanistici che hanno segnato l’ultimo decennio e la cui realizzazione si è arenata innanzi alla realtà, non solo della crisi economica, ma anche di un gigantismo che non trovava, e non trova, alcun riscontro nelle esigenze reali di una popolazione che anche le previsioni demografiche più ottimistiche danno sostanzialmente stabile da qui al prossimo ventennio.

Tra il degrado dei tre palazzi di via della Torre e i due grattacieli (quelli progettati da Daniel Libeskind e da Zaha Hadid) su tre che non si faranno a Citylife, e che avrebbero dovuto essere il fiore all’occhiello del nuovo quartiere, la distanza è meno siderale di quanto sembrerebbe. Il sentiero che li collega è una risposta alla necessità abitativa che si fondava su un modello insostenibile (ma sostenuto con entusiasmo dalla passata amministrazione cittadina): lasciare al mercato la soluzione del bisogno primario dell’abitare e far sì che uno dei pilastri dell’economia locale fosse l’edilizia e la rendita fondiaria, con la conseguente crescita esponenziale dei valori immobiliari (solo per questo la BCE può dire che i cittadini italiani sono più patrimonializzati di quelli tedeschi e in qualche cancelleria europea si può pensare che per limare consistentemente il debito pubblico italiano basti introdurre una bella patrimoniale). Il tutto compendiato in quel PGT della passata giunta di centrodestra che addirittura prevedeva cemento per altri 700.000 milanesi nei prossimi quindici anni. Oggi, messi fortunatamente nel cassetto gli incubi di cemento di quel PGT, rimangono comunque da una i “grandi progetti” dell’ultimo quindicennio dall’ex città della moda a Porta Garibaldi (divenuta sede di una delle banche finanziatrici per evitare che si trasformasse in una cattedrale vuota) alla Citylife “dimezzata”, dall’altro un bisogno senza risposta di edilizia residenziale pubblica che garantisca vivibilità e dignità.

Da chiamamilano.it