Le immagini delle vetrine distrutte, dei negozi saccheggiati e degli scontri con le forze dell’ordine hanno mostrato il volto più violento del fine settimana milanese. Ma dietro i disordini del 17 e 18 ottobre sta emergendo anche un’altra questione: chi sono i giovanissimi che hanno trasformato le strade della città in uno scenario di guerriglia urbana e quali sono i loro riferimenti culturali?
Una domanda che ha portato il dibattito ben oltre la cronaca giudiziaria, coinvolgendo il mondo della musica rap e trap. Da un lato ci sono gli artisti che hanno espresso solidarietà alle proteste e denunciato le disuguaglianze sociali. Dall’altro c’è il ritratto tracciato dal Corriere della Sera, che ha definito i ragazzi delle violenze milanesi come appartenenti alla “Generazione Baby Gang“, prendendo a riferimento il nome del noto trapper. Due letture differenti che finiscono per incontrarsi su un interrogativo: quanto la musica racconta il disagio delle nuove generazioni e quanto, invece, contribuisce a costruirne l’immaginario?
La “Generazione Baby Gang” raccontata dal Corriere: il trapper diventa un simbolo
A introdurre una delle interpretazioni più discusse è stato il Corriere della Sera che utilizzato l’espressione “Generazione Baby Gang” per descrivere l’universo dei ragazzi coinvolti nei disordini. Il riferimento è proprio a Baby Gang, nome d’arte di Zaccaria Mouhib, trapper cresciuto tra Lecco e Calolziocorte, diventato uno dei nomi più conosciuti della scena musicale italiana e finito più volte al centro di vicende giudiziarie. Nell’analisi del quotidiano, il cantante rappresenta un modello di successo e trasgressione capace di esercitare fascino su una parte dei giovanissimi. Le sue canzoni raccontano la povertà, la strada, i furti, la ricerca di riconoscimento sociale e il desiderio di conquistare uno stile di vita fatto di denaro e marchi di lusso.
Il passaggio significativo è l’utilizzo del nome Baby Gang non soltanto per identificare un artista, ma per definire un’intera generazione. Una scelta che mette in relazione il racconto musicale del disagio con le immagini delle devastazioni milanesi. Un accostamento che, tuttavia, richiede una distinzione: riconoscersi nei testi o nello stile di un cantante non significa necessariamente condividerne i comportamenti, così come il successo di un artista non dimostra una sua responsabilità nelle azioni di chi lo ascolta.
Marracash si schiera: “Con le buone non ottieni niente”
Alcuni dei nomi più importanti del rap italiano hanno deciso di intervenire pubblicamente. Manifestando di fatto una vicinanza ideale ai ragazzi protagonisti delle proteste. Tra questi Marracash, che su Instagram ha scritto: “Con le buone non ottieni niente”, interpretando le mobilitazioni come il risultato di tensioni sociali accumulate nel tempo. Il rapper milanese ha spiegato di considerare le disuguaglianze una delle principali battaglie della propria carriera artistica e personale. Nel suo intervento ha criticato l’idea di un impegno limitato alle dichiarazioni pubblicate sui social, insistendo sulla necessità di tradurre le convinzioni in comportamenti concreti. Marracash ha inoltre richiamato alcuni concetti già espressi durante i suoi concerti e nel suo percorso musicale, sottolineando il rapporto tra potere, protesta e cambiamento sociale.
Da Ghali a Sayf, la difesa delle proteste e le accuse al sistema
Anche Ghali ha scelto di intervenire, condividendo su Instagram un messaggio rivolto ai giovani impegnati nelle manifestazioni. L’invito è quello di non rinunciare alle proprie convinzioni e di continuare a esprimere le proprie idee, anche quando risultano scomode.
Più netta la posizione di Sayf, che ha contestato il modo in cui gli episodi violenti vengono utilizzati nel dibattito pubblico. Secondo il rapper genovese, concentrarsi esclusivamente sugli scontri rischia di oscurare le ragioni sociali delle proteste e di delegittimare chi manifesta. L’artista ha inoltre avanzato l’ipotesi della presenza di infiltrati responsabili di aver alimentato le violenze, senza però fornire elementi a sostegno di questa ricostruzione.
Da un’altra prospettiva è arrivato l’intervento di Kid Yugi, che ha rivolto pesanti critiche alle istituzioni raccontando le difficoltà vissute nel Sud Italia durante le mobilitazioni di camionisti e agricoltori. Il cantante ha descritto una situazione segnata da blocchi stradali, difficoltà negli approvvigionamenti e crescente sfiducia nella politica.
Chi sono i ragazzi delle violenze milanesi: dalla provincia ai social, tra rabbia e ricerca di appartenenza
Il ritratto proposto dal Corriere descrive una realtà giovanile difficile da ricondurre a una sola categoria. Tra i ragazzi che frequentano il centro di Milano ci sono italiani e stranieri, figli di famiglie immigrate e giovani cresciuti nel capoluogo lombardo, ma anche adolescenti provenienti dalle province di Lecco, Como, Varese, Bergamo e Brescia. Per molti di loro Milano rappresenta un punto di ritrovo, un luogo nel quale trascorrere il pomeriggio, incontrare gli amici e partecipare a una vita sociale profondamente influenzata dai contenuti digitali. La musica trap, l’abbigliamento firmato, i personaggi diventati celebri attraverso i social e i video pubblicati in rete contribuiscono a definire linguaggi e riferimenti condivisi. In questo contesto, il confine tra la ricerca di visibilità online e i comportamenti nella vita reale diventa un elemento centrale. Gli stessi telefoni utilizzati per seguire gli artisti preferiti vengono impiegati per riprendere risse, danneggiamenti e scontri, trasformando gli episodi di violenza in contenuti destinati alla circolazione sui social.
Affari Alert
Aggiornamenti e contenuti editoriali dedicati, via email.
Dal 1 Gennaio 2027: 0,99€/mese o 9,99€/anno


