di Franco d’Alfonso
Il “modello Milano” funziona, si dice. La Milano attrattiva, innovativa, metropolitana, internazionale e chi più ne ha più ne metta, produce risultati che nemmeno la politica da venditori di pentole che ha occupato questa (fortunatamente breve) campagna elettorale riesce a negare.
La capacità e soprattutto la volontà di muoversi in autonomia anche in un contesto politico che del centralismo faceva e fa la sua ragion d’essere non ha prodotto sempre risultati così brillanti e soprattutto è tra le ragioni di una malcelata ostilità politica che caratterizza il rapporto tra i Governi italiani e Milano , sostanzialmente indipendentemente dalle differenze politiche.
L’alterità della società politica e civile milanese rispetto a quella nazionale ha origini antiche, viene dalla sconfitta chiara ed inequivocabile del modello federalista di Carlo Cattaneo cercato dalla borghesia milanese come evoluzione nazionale del modello asburgico di Maria Teresa.
Questa alterità ora rivendicata ora lamentata è ancora in essere ai giorni nostri ed è resa evidente, come sempre, dai momenti di crisi e di necessario cambiamento. In perfetto stile ambrosiano, è stato da ultimo il primo cittadino in carica Beppe Sala a denunciare pubblicamente questa situazione che vede un ritardo della politica e delle istituzioni ad adeguarsi e comprendere quanto viene richiesto dalla comunità cittadina impegnata nel consolidare e rilanciare i successi degli scorsi anni, fungendo da esempio e traino per il Paese, come sempre avvenuto nella storia italiana.
Lo ha fatto sia con una battuta polemica netta relativa ai prossimi parlamentari che verranno eletti a Milano (“Milano non è un taxi, chi chiede i nostri voti deve impegnarsi per la città”) , sia usando parole franche e dirette : il “modello Milano” deve essere usato come naturale che sia, mettendolo al servizio dell’intero Paese, lasciandolo libero di sviluppare le proprie potenzialità senza imbrigliarlo con una serie incomprensibile di vincoli normativi derivanti dalla parificazione a realtà diverse per dimensioni, storia, tutto.
Beppe Sala, da erede della tradizione riformista e municipalista ambrosiana, come si è più volte definito, ha interpretato in questa occasione il ruolo di primo cittadino e non quello di capo di una maggioranza e, men che meno, di supposto futuro leader di una parte politica. Dicendo che Milano finirà per rivolgersi direttamente all’Europa senza passare dalle istituzioni italiane non ha indicato una linea politica, ha denunciato un ritardo della politica ed al contempo indicato un pericolo di “cronicizzazione” di questo ritardo che può portare ad una loro obsolescenza molto rapida.
Quello che manca a Milano è la versione in politica del “partito della città” che è già vivo ed operante nell’industria, nella cultura, nella ricerca, nelle università, determinando un vuoto di rappresentanza politica ed istituzionale. Il vuoto, in politica, se resta tale troppo a lungo viene sempre riempito da qualcuno e non sempre nel miglior modo possibile. Quello di Beppe Sala non è uno squillo di tromba di un improbabile attacco a qualcuno, è un campanello d’allarme che, se inascoltato, rischia di tramutarsi in urlo di sirena lacerante.
Se questa “alterità” (anche) politica ed in particolare nel centrosinistra si confermerà nel voto di domenica, magari con un risultato milanese sul quale peserà maggiormente la solidità politica dell’alleanza civico-politica che governa dal 2011 la città rispetto ad un pd “nazionale” partito per suonare tutti ed ora a rischio di…“suonata” da tutti, sarà impossibile mantenere estranei i protagonisti milanesi al dopo voto ed alla inevitabile riaggregazione-rigenerazione di una formula esaurita, quella della vocazione maggioritaria del Pd.
Difficile che il dopo-Renzi – se mai dovesse effettivamente esserci, cosa niente affatto scontata – non potrebbe certo passare per un ritorno all’ex sindaco di Roma Veltroni, come qualcuno (non lui) ipotizza: dovranno avere un ruolo da protagonista i volti, le voci e le idee dei milanesi e lombardi che si stanno ancora spendendo in una battaglia elettorale resa difficile, a volte, più dalle scelte degli “amici” nazionali che degli avversari locali, da Giorgio Gori ai candidati “senza rete” all’uninominale come il sottoscritto, Lia Quartapelle , passando per i dirigenti ed amministratori che restano in ruoli locali, da Bussolati a Majorino ed a tanti altri.
E se per scelta, storia e cultura i sindaci di Milano non sono mai stati e forse non saranno mai leader nazionali di partito, è difficile pensare che la rigenerazione del centro sinistra possa fare a meno di un impegno di Beppe Sala e dell’esperienza di Giuliano Pisapia. Come, quando e dove spetta solo a ciascuno di loro deciderlo, ma sulla necessità più che sull’opportunità di un loro protagonismo diretto nessuno può dissentire.
