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Milano

Al Museo della Scienza i rettori delle università milanesi Giovanni Azzone del Politecnico, Luca Vago della Statale e Andrea Sironi della Bocconi, in una serrata conferenza stampa,  hanno denunciato con molta schiettezza le difficoltà in cui si trovano a operare per adeguare  le nostre università agli standard mondiali ed europei. Non si tratta né di risorse umane, né di capacità operative e neppure della  qualità dei nostri ricercatori e docenti, più semplicemente, ma forse più drammatico, tutti si sono trovati concordi nel additare nelle lentezze degli organi ministeriali l'ostacolo più forte e insormontabile per dare alle nostre accademie quello slancio necessario al fine di renderle competitive con le università europee.

Autorizzazioni per indire nuovi corsi che arrivano con ritardi incompatibili con la necessaria velocità di decisione, normative macchinose per invitare docenti di altri paesi, impossibilità di svolgere corsi in lingua inglese  per attrarre docenti e studenti stranieri, autonomia di gestione più virtuale che  sostanziale, timore della novità, insomma una gestione centralizzata ancora elefantiaca fatta a posta più per impedire che per promuovere. Troppe norme che invece si facilitare sono di ostacolo alla necessaria innovazione. E se la Bocconi, da università privata, può beneficiare di una snellezza e di una velocità decisionale maggiore, sia il Politecnico che la Statale devono, nelle parole dei loro rettori, faticare non poco per ottenere alla fine quello che si potrebbe realizzare con metà fatica e un terzo del tempo. Perché? La risposta è facile e semplice; nella melassa della burocrazia italiana che vuole conservare il proprio potere, i propri privilegi,   l'unica arma è l' interdizione: rallentare, impedire, frapporre difficoltà, temporeggiare.  Ma non solo questo. Oggi l'arma vincente per competere con un mondo che corre e con studenti e ricercatori che si spostano con assoluta indifferenza tra Shangai, Tokio, San Francisco e Londra alla ricerca di corsi più attraenti e stipendi migliori, si chiama meritocrazia, autonomia nella gestione delle risorse, velocità decisionale. Tutte prerogative che cozzano con una opinione pubblica e una classe politica che ancora e spesso confonde meritocrazia con privilegio, selezione con emarginazione,  criterio di gestione privatistico con esclusione dei più deboli, senza rendersi conto che sono proprio questi i parametri vincenti per garantire a tutti pari opportunità. Del  resto, la conferma di come siano ancora radicate in buona parte  della cittadinanza queste idee di stampo veteromarxista, lo si è avuto nel demenziale referendum indetto recentemente dai  bolognesi contro il sindaco che, per di garantire l'accesso all'asilo di centinaia di bambini, aveva deciso di concedere risorse pubbliche a istituti privati.

Secondo il parere di  tutti, la cartina di tornasole per capire se  Milano, la Lombardia e in una parola il paese intero hanno capito la lezione sarà l'Expo, occasione unica e irripetibile per mostrare al mondo se Milano ha veramente riacquistato quella apertura verso il nuovo, la proverbiale  generosità e intraprendenza  che da sempre costituiscono  il fiore all'occhiello e il biglietto da visita della  nostra città. Bando quindi alla rassegnazione- ha concluso Giovanni Azzone- pessima consigliera, e fiducia invece in un futuro che può e deve essere migliore.

Ludovica Manusardi

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