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Milano

Di Franco De Angelis, assessore provinciale alla pianificazione del territorio, riordino delle Province e Città metropolitane

Posso condividere alcuni spunti presenti nel disegno di legge del ministro Delrio, per esempio l'obbligo di costituire unioni tra i comuni inferiori ai 5000 abitanti o l'idea che, su alcuni temi fondamentali (pianificazione territoriale, infrastrutture, mobilità, ambiente) la città metropolitana abbia poteri prevalenti rispetto ai comuni. Purtroppo, però, sul progetto nel suo complesso posso solo esprimere un giudizio negativo: in primo luogo, perché non risolve in modo corretto il problema del governo dell'area vasta; in secondo luogo, perché contiene delle ambiguità che nascondono la vera natura dell'operazione, e quindi trasmette ai cittadini e agli amministratori delle informazioni non corrette. Il ministro Delrio prevede, molto semplicemente, di attribuire al comune capoluogo le funzioni esercitate attualmente dalle province, rendendolo di fatto egemone nei confronti dei comuni minori. Parlare di un processo di crescita dal basso della città metropolitana equivale solo a buttare fumo negli occhi. Gli organi collegiali del futuro ente (formati dai sindaci) assumeranno le loro decisioni con un meccanismo di voto ponderato: il voto di ogni sindaco avrà un valore proporzionale alla popolazione del comune di riferimento. Cosa significa? Per restare alla realtà milanese, che Milano (1.300.000 abitanti) avrà un peso pari al 40% del totale. I voti del capoluogo e di un altro grande comune (Sesto San Giovanni, Legnano, Rho, Cinisello Balsamo) saranno sufficienti per ottenere la maggioranza assoluta e deliberare sulla testa dei restanti 130 comuni. Quindi, non è vero che si vogliono valorizzare i comuni: si vuole delegare il governo del territorio al comune capoluogo. Personalmente, credo che sia un errore. Uno sviluppo corretto dell'area metropolitana dovrebbe basarsi sul policentrismo, distribuendo in modo equilibrato sul territorio le funzioni e le risorse disponibili. Ma se le esigenze del capoluogo continueranno a prevalere su quelle degli altri comuni, sarà ben difficile che questo avvenga. In più, c'è anche un altro problema di fondo. Il ministro afferma che la sua riforma è volta a "depoliticizzare" l'ente di livello intermedio assegnandogli un ruolo puramente amministrativo.

Peccato che tutti i sindaci delle grandi città (Pisapia, De Magistris, più recentemente Marino) siano stati eletti sulla base di programmi politicamente molto connotati, che non si vede perché dovrebbero mettere da parte. Ora, se esaminiamo le dinamiche di voto nei capoluoghi e nella provincia, spesso troviamo orientamenti differenti. Alle ultime regionali, per esempio, Milano aveva premiato Ambrosoli. Quindi, il fatto che il sindaco del capoluogo raccolga a priori il consenso di tutti i cittadini della provincia non è così scontato. Peraltro, diciamo la verità: non esiste, da parte del ministro, la minima volontà di far eleggere ai cittadini il sindaco metropolitano. Scrivere che l'elezione diretta sarà possibile solo a partire dal 2017, e solo dopo l'entrata in vigore di un'apposita legge elettorale, è una beffa al buon senso. Tra l'altro, dato che l'eventuale elezione diretta dipenderebbe da una scelta autonoma di ciascuna città, potremmo arrivare al paradosso di avere il sindaco metropolitano di Firenze eletto direttamente, quello di Bologna no e così via. Una legittimazione popolare a macchia di leopardo. In breve: sono convinto che esista l'esigenza di un governo dell'area metropolitana e concordo sul fatto che debba avere competenze e poteri più forti di quelli della provincia. Ma non credo che l'amministrazione del capoluogo possa avere ex lege il diritto di decidere le politiche di tutti i comuni del territorio. Per quanto riguarda le province che resteranno in vita (tutte, eccetto le dieci città metropolitane), temo che, oltre al vizio di rappresentanza che abbiamo già visto, si apriranno problemi gestionali di non poco conto. Il disegno di legge prevede di ridurre ai minimi termini le competenze di questi enti trasferendo competenze supplementari ai comuni. Per svolgere i nuovi compiti di cui saranno caricati, i comuni dovranno riassorbire buona parte dei dipendenti attualmente in forza alla provincia. Preferisco non pensare al caos amministrativo e sindacale che si produrrà. Mi auguro vivamente che questo disegno di legge possa essere rivisto e migliorato in Parlamento, prevedendo se non altro la possibilità di dar voce agli elettori. Se vogliamo un ente forte e autorevole, occorre una legittimazione popolare. Oppure, tanto vale delegare tutto al prefetto.

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