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Lavoro, il report Cgil: “Crescita instabile, non c’è ripresa strutturale”

Lavoro, Cgil presenta il suo report su situazione occupazionale e licenziamenti in Lombardia aggiornato al novembre 2015: “La ripresa si intravede ma rimane debole”. Tasso di disoccupazione saldamente sopra l’11%, Pil in crescita dell’1,3% nel 2015

Nel presentare il report con i relativi dati, su mercato del lavoro, situazione occupazionale e licenziamenti in Lombardia aggiornati a novembre 2015, la Cgil regionale, con Massimo Balzarini, della segreteria, sottolinea come “i dati di ripresa ci dicono che c’è crescita, ma siamo ancora distanti dai livelli pre crisi e da quelli europei. Gli indicatori economici confermano la ripresa nel debole aumento di Pil e della produzione industriale, ma questi sembrano frutto più di eventi congiunturali che di una ripresa strutturale. Anche sul fronte del mercato del lavoro, i dati della crescita occupazionale non attestano creazione di nuova occupazione ma sono piuttosto legati alla trasformazione di rapporti di lavoro preesistenti”.

Nel report si legge che “la Commissione Europea (5, novembre 2015) conferma la debolezza dell’economia europea. La ripresa si intravede, ma rimane debole. Alcuni paesi crescono di più; altri sono in linea con la media del 2% per il 2016; altri continuano a rimanere fanalino di coda. L’Italia consolida il suo triste primato e cresce sempre meno dell’area euro. La minore crescita dell’Italia rispetto all’Europa è di un punto percentuale di Pil nel 2015 e di 0,5 punti nel 2016. L’Italia, dall’ingresso dell’euro, ha cumulato un ritardo di oltre 13 punti di PIL, ovvero una minore crescita di quasi 200 mld. Per chiarezza, la crescita del Pil tra il 2003 e il 2014 è negativa di 3 punti, cioè siamo più poveri rispetto al 2003. “Le previsioni economiche odierne indicano che l’economia della zona euro prosegue sulla via di una crescita moderata. Questa crescita è sostenuta in gran parte da fattori temporanei quali i bassi prezzi del petrolio, la maggiore debolezza del tasso di cambio dell’euro e la politica monetaria accomodante condotta dalla Bce”, spiega il vicepresidente Dombrovskis, responsabile per l’euro e il dialogo sociale

Il report proposto dalla Cgil Lombardia dice che “sostanzialmente la domanda interna della regione, cioè la crescita della propensione al consumo, si traduce principalmente in maggiori importazioni. Analizziamo l’Italia. Gli investimenti fissi per il 2015, 2016 e 2017 sono previsti in forte rialzo: rispettivamente + 1,2%, + 4% e + 4,8%, mentre i beni strumentali crescono del +4,5% nel 2015, +6,5% nel 2016 e +7,3% nel 2017. Questa previsione ci appare ottimistica, in ragione della grande differenza dagli anni precedenti nel mentre si è ridotta la base produttiva del – 25%, con una ulteriore criticità. Se gli investimenti sono fondamentali per far ripartire il paese, così come la domanda interna, analizzando la dinamica di import ed export si vede chiaramente che l’import cresce più dell’export. Se aggiungiamo i consumi privati – in crescita del + 1,4% per il 2016 – e la dinamica delle importazioni, è evidente che investimenti e domanda interna sono soddisfatti da maggiori importazioni. In altri termini, maggiori consumi e investimenti non sono sinonimo di crescita.

Infatti, il tasso di disoccupazione rimane saldamente al di sopra dell’11%. Se aumentano consumi e investimenti, soprattutto quest’ultimi, nel mentre la disoccupazione si riduce dello 0,8% tra il 2016 e il 2017, vuol dire che non riusciamo a creare lavoro nemmeno dove si investe, per la semplice ragione che il Paese ha perso capacità produttiva proprio nei beni strumentali. Un segnale di declino, con tutte le sue ricadute occupazionali e di prospettiva economica. In questo settore, infatti, il salario, il valore aggiunto per addetto e la produttività sono più alti della produzione nei beni intermedi e di consumo. Come per l’Italia la Lombardia i segnali sono tecnicamente migliori rispetto al recente passato, ma più preoccupanti se comparati con gli altri paesi europei. La crescita economica rimane più bassa della media europea nel 2015 e nel 2016. La distanza dall’Unione Europea nel 2015 e 16 è pari a 0,5 punti di Pil. Il Pil della Lombardia dovrebbe crescere dell’1,3% nel 2015 e dell’1,5% nel 2016”.

La produzione industriale – secondo il report della Cgil Lombardia – non manifesta nessun segnale di controtendenza. Rimane sostanzialmente stabile a quella del 2014. Quella nazionale è 15 punti più bassa rispetto al periodo pre-crisi, rispettivamente 107,8 nel 2008 e 82,3 nel 2015. Non è diversa la situazione della Lombardia, ancorché migliore della media nazionale. All’inizio della crisi la produzione industriale era prossima a 108, ma nel terzo trimestre del 2015 è ancora molto lontana dai livelli pre-crisi: 98. L’unico segnale positivo, almeno per la Lombardia, è il leggero vantaggio della produzione di beni strumentali rispetto ai beni intermedi e di consumo, rispettivamente 3,2%, 1,6% e 0,5% – III trimestre 2015 -, ma la distanza dalla media europea condiziona il giudizio, e ricorda che la regione ha perso base produttiva non marginale nella creazione di valore aggiunto. Il commercio internazionale è condizionato dall’andamento economico dei Paesi Brics, in particolare della Cina. In molti hanno sostenuto che il deprezzamento del cambio euro-dollaro – 1,12 nel 2015 rispetto a 1,58 del 2008 -, come la caduta del prezzo del petrolio al barile – 45 dollari al barile nel 2015 contro i 140 del 2008 – avrebbero favorito la crescita del PIL; era una valutazione errata.

Infatti, la caduta del prezzo del petrolio per i paesi che guadagnano dalla sua esportazione almeno il 40-50% del PIL significa una contrazione significativa di domanda internazionale. In realtà solo il QE ha prodotto dei risultati significativi, ma non quelli attesi. Infatti, sono caduti i tassi di interesse sui titoli pubblici, ma i risparmi ottenuti non sono utilizzati per delineare degli investimenti coerenti. Inoltre, solo l’Italia e la Lombardia non hanno un effettivo vantaggio dalla riduzione del prezzo del petrolio e del cambio. Non solo in valore le esportazioni sono ancora lontane dall’inizio della crisi, ma sono le uniche realtà in cui l’aumento di domanda e investimento si traduce in maggiori importazioni.

Inoltre, “se consideriamo che solo le medie e grandi imprese riescono a misurarsi con il mercato internazionale, intercettano il 75 della domanda internazionale, la specializzazione e la dimensione delle imprese si aggiungono ai vincoli di struttura produttiva. Proprio la dinamica di importazioni ed esportazioni dovrebbero prefigurare un veloce e urgente ripensamento delle politiche regionali in termini di sostegno all’artigiano e alle Pmi”.