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Leoncavallo, stallo a un anno dallo sgombero: lo stabile di via Watteau resta vuoto, trattative ferme

L’offerta da 5 milioni ignorata dalla proprietà. Boer apre a piazzale Selinunte

Leoncavallo, stallo a un anno dallo sgombero: lo stabile di via Watteau resta vuoto, trattative ferme
Leoncavallo

Chi passa oggi da via Watteau 7, nel quartiere Greco, trova esattamente la scena del 21 agosto 2025, quando i blindati misero fine a trentun anni di occupazione. L’ex cartiera non è stata riconvertita, non è stata venduta, non ospita alcuna attività. Il centro sociale sgomberato non ha ancora una sede, il tentativo di comprare l’immobile si è arenato senza risposta e il ministero dell’Interno ha già versato ai proprietari 3 milioni di euro di risarcimento. Dodici mesi dopo, l’unico risultato certo è un edificio inutilizzato che nessuna delle parti in causa è riuscita a rimettere in gioco.

Lo sgombero a sorpresa con 19 giorni di anticipo

L’operazione di polizia e carabinieri scattò alle 7.30 di giovedì 21 agosto 2025. L’ufficiale giudiziario era atteso solo il 9 settembre, ma i mezzi blindati si presentarono davanti ai cancelli con diciannove giorni di anticipo. L’effetto sorpresa fu totale: al momento dell’ingresso lo stabile risultò vuoto e l’esecuzione si chiuse in poche ore, senza tensioni. Fuori restarono un centinaio e mezzo di persone accorse quando ormai l’immobile era stato riconsegnato alla proprietà.

L’ipotesi San Dionigi

Il caso divenne politico quando emerse che dell’anticipo non era stato informato nemmeno il Comune. Il sindaco Beppe Sala contestò il metodo: “Per un’operazione di tale delicatezza c’erano molte modalità per avvertire l’amministrazione milanese. Tali modalità non sono state perseguite”. Palazzo Marino cercò poi di rimediare mettendo a disposizione un capannone comunale di via San Dionigi, al Corvetto. La soluzione si è arenata su due ostacoli materiali: l’amianto da bonificare, con una spesa stimata attorno ai 300mila euro, e una collocazione giudicata troppo isolata. Nel gennaio 2026 l’associazione è stata esclusa formalmente dal bando per la cessione dei diritti di superficie, quando aveva già fatto sapere di rinunciare.

Ventidue anni di rinvii, chiusi da una condanna milionaria

L’ordine di liberare l’immobile risaliva al 2003. Per ventidue anni l’esecuzione è stata rinviata 133 volte, tra tentativi di mediazione promossi dal Comune e valutazioni di ordine pubblico che sconsigliavano l’intervento. A rendere insostenibile quella prassi è stata una sentenza del 2024, con cui la Corte d’appello ha condannato il ministero dell’Interno a risarcire con 3 milioni di euro la società della famiglia Cabassi per la mancata esecuzione dello sgombero. Da quel momento ogni ulteriore rinvio avrebbe prodotto un costo diretto per le casse pubbliche. Marina Boer, presidente delle Mamme antifasciste del Leoncavallo, lesse invece l’accelerazione in chiave politica, attribuendola alle “pressioni” sul Viminale e citando gli incontri fra esponenti di Fratelli d’Italia e il ministro Matteo Piantedosi.

Il muro della proprietà: la proposta da 5 milioni senza risposta

Archiviato il Corvetto, il movimento ha cambiato strategia: non più occupazione ma acquisto, con due mediatori incaricati di trattare, Sergio Cusani e Pino Tripodi. Nel giugno 2026 un gruppo di imprenditori ha offerto ai Cabassi 5 milioni di euro per rilevare l’area insieme al centro sociale, quasi il doppio del valore di perizia. Ma “La proprietà non ha neanche preso in considerazione la proposta”, ha spiegato Tripodi.

Boer apre a piazzale Selinunte: “Improbabile il ritorno in via Watteau”

L’unica novità di questi giorni arriva sul piano delle dichiarazioni. In un’intervista al Corriere della Sera, Marina Boer indica per la prima volta una destinazione diversa da quella difesa per dodici mesi: “Il Leoncavallo in piazzale Selinunte è un’ipotesi, è nel nostro spirito evolverci“. E sul rientro nella sede storica non lascia margini: “Improbabile il ritorno in via Watteau“. È una correzione di rotta rispetto agli striscioni comparsi a febbraio in sei punti della città con la scritta “Via Watteau è il Leoncavallo”. Sul bilancio dell’anno la presidente parla di un’eredità fatta di “impoverimento e degrado” e rifiuta la lettura che riduce la vicenda a una questione di illegalità: “Non abbiamo avuto l’occupazione come obiettivo, ma come mezzo per dar vita a una nuova idea di città“.

A un anno di distanza il dossier si riduce a tre nodi. Il primo riguarda l’immobile: chi lo utilizzerà, visto che i proprietari non lo rimettono in produzione né lo cedono. Il secondo riguarda i soldi pubblici: i 3 milioni versati dal Viminale sono usciti dalle casse dello Stato senza che nessuna delle parti abbia ottenuto ciò che voleva. Il terzo riguarda la città: se piazzale Selinunte diventerà davvero un’ipotesi praticabile servirà un atto amministrativo, e una discussione in consiglio comunale che finora non è stata calendarizzata. Fino ad allora l’anniversario resta quello che è, un capannone chiuso circondato da posizioni che non si parlano.