“Mi piace pensare a donne pioniere quando imposto una collezione. Sono donne che non si sono limitate ad abitare il loro tempo, ma lo hanno anticipato, provocato, riscritto, ciascuna con le proprie competenze. Le donne a cui ci siamo ispirate hanno riscritto il rapporto tra corpo femminile e abito. Questo patrimonio, che arriva dalla nostra storia, rivive nella collezione SS26, che mette al centro l’autonomia e una femminilità mai dichiarata in modo convenzionale”: così Marina Acconci, ad e creative designer di Amelie, racconta la collezione SS26. L’INTERVISTA
La sua esperienza trentennale come avvocato e il contatto diretto con storie di donne reali hanno profondamente segnato la nascita di Amelie: come questo vissuto si riflette oggi nella visione di libertà e consapevolezza del corpo raccontata nella collezione SS26?
La mia esperienza di avvocato penalista mi ha messo in contatto con molte donne, con le loro storie e con la consapevolezza che il bisogno di ascolto e di verità è un bisogno che appartiene a tutte noi, e non soltanto alle vittime di reati odiosi quali la violenza, sia essa fisica, psicologica o sessuale. Per anni ho lavorato con storie in cui il corpo non era solo corpo, ma memoria, ferita, emancipazione. Il corpo, in questa mia lunga esperienza, è stato infatti anche elemento centrale per il percorso di rinascita delle donne che ho assistito. È il luogo più vero e più fragile nella costruzione dell’identità femminile. Non è un elemento puramente estetico, ma uno spazio di consapevolezza. Questa esperienza mi ha reso evidente come riflettere sul corpo significhi interrogarsi sulla propria libertà, sul modo in cui vogliamo presentarci al mondo, sulla consapevolezza di sé. Da queste riflessioni è nato il mio progetto e il mio lavoro in Amelie: abiti che consentano di abitare il corpo senza costrizione, senza aderire a immagini imposte, che diventino spazi di espressione, di riconoscimento di sé, di libertà e consapevolezza.
La collezione rende omaggio a figure come Amelia Bloomer e Madeleine Vionnet: in che modo questo patrimonio di emancipazione femminile si traduce concretamente nei capi e nel linguaggio estetico di oggi?
Mi piace pensare a donne pioniere quando imposto una collezione. Sono donne che non si sono limitate ad abitare il loro tempo, ma lo hanno anticipato, provocato, riscritto, ciascuna con le proprie competenze. Le donne a cui ci siamo ispirate hanno riscritto il rapporto tra corpo femminile e abito. Questo patrimonio, che arriva dalla nostra storia, rivive nella collezione SS26, che mette al centro l’autonomia e una femminilità mai dichiarata in modo convenzionale. I capi rispettano le forme in un linguaggio essenziale ma lieve, rigoroso ma fluido. Nessuna costrizione, nessun bisogno di aderire a modelli imposti, ma una ricerca di identità che ci sostenga nella nostra narrazione personale e nel nostro modo di abitare il tempo a cui apparteniamo.
Che ruolo hanno materiali e colori nel racconto della collezione?
I materiali e i colori sono parte integrante di questo racconto. Sono superfici su cui costruire un dialogo tattile oltre che visivo: una vera relazione fisica e sensoriale tra abito e corpo. Non riguarda solo ciò che si vede, ma anche ciò che si percepisce attraverso il contatto: la morbidezza dei filati, la leggerezza dei tessuti che sfiorano la pelle, la fluidità con cui seguono il movimento. È un dialogo silenzioso ma indispensabile nella nostra narrazione di una bellezza che nasce dalla libertà. Anche i colori confermano queste scelte: palette morbide che evocano interiorità, accanto a tonalità più decise che esprimono presa di coscienza, presenza e desiderio di raccontarsi.
“From a Dream to Love” racconta un percorso di trasformazione e consapevolezza del corpo: come si traduce questo concetto nella progettazione dei capi, tra struttura e fluidità?
“From a Dream to Love” è il racconto di una metamorfosi, di un viaggio: di un corpo immaginato che diventa reale, di un progetto sognato che diventa passione. È un percorso che parte dal sogno — qualcosa di impalpabile, sospeso, ideale — e approda all’amore, che è realtà, verità, intensità. Racconta anche la mia esperienza professionale, che mi ha resa partecipe delle storie di molte donne, dei loro desideri di rinascita e delle loro complessità. Di tutto questo si nutre Amelie: dall’ascolto ravvicinato di donne reali nasce un brand consapevole che la moda non è neutra, perché il corpo non è neutro nello spazio sociale. È un progetto che si fa silente manifesto: nessun corpo va misurato, pesato o giudicato. Le taglie non ci descrivono, spesso ci costringono. Questa visione si riflette anche nella collezione SS26: la moda smette di essere solo immagine e diventa linguaggio del sé, una riflessione sulla libertà di raccontarsi attraverso ciò che si indossa.

