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Un “Figaro” in viale Certosa: oltre 150 persone per ricordare Giuseppe Ferraro, maestro di lavoro e di vita

Presentato il volume “Frammenti di memoria”, edito da Mi’mpegno e dagli Amici di Don Palazzolo. Il ritratto corale del parrucchiere siculo-milanese che ha trasformato la sua bottega storica in un simbolo di comunità

Un “Figaro” in viale Certosa: oltre 150 persone per ricordare Giuseppe Ferraro, maestro di lavoro e di vita

Sabato 21 marzo, nella bella cornice della biblioteca di piazzale Accursio, si è svolta la presentazione del volume Frammenti di memoria del maestro parrucchiere Giuseppe Ferraro e della sua bottega storica, edito da Mi’mpegno e dagli Amici di Don Palazzolo. Un appuntamento che ha raccolto oltre 150 persone: un dato che, più di molte parole, misura quanto la figura di Giuseppe Ferraro sia ancora viva nella memoria del quartiere e della città di Milano.

A introdurre l’incontro è stato il giornalista RAI Enrico Rotondi, volto del TGR Lombardia Rai, che ha dialogato con gli autori, Antonio Barbalinardo e Carmelo Ferraro, chiarendo fin dall’inizio il cuore della vicenda: non solo un libro, ma la storia di un padre raccontata anche attraverso lo sguardo del figlio. E qui sta un elemento decisivo, che merita di essere esplicitato senza ambiguità: Carmelo Ferraro, coautore del volume, è il figlio di Giuseppe Ferraro.

Enrico Rotondi ha restituito il profilo di un “uomo semplice”, arrivato a Milano nel 1955 con il suo mestiere e una valigia di speranze, capace di costruire in viale Certosa 69 una bottega che è diventata negli anni un punto di riferimento non solo professionale, ma umano e culturale per il quartiere Certosa–Accursio. La proiezione di un servizio realizzato per Radio3, poi ripreso e trasmesso dal TGR Lombardia Rai, ha rafforzato questa immagine: un Giuseppe Ferraro fiducioso anche nei momenti più difficili, convinto che “la città si sarebbe ripresa”, con quella fiducia operosa che è forse la cifra più autentica della milanesità.

Il racconto si è fatto particolarmente intenso nell’intervento del figlio Carmelo Ferraro, visibilmente commosso, che ha restituito un ritratto completo del padre: non solo lavoro e disciplina, ma anche una profonda sensibilità estetica. La passione per la lirica, gli anni da loggionista al Teatro alla Scala, la collezione di manifesti firmati dai grandi direttori e cantanti. E quel dettaglio quasi letterario, ma assolutamente reale: il riconoscimento personale da parte di Riccardo Muti, che lo chiamava “Peppino”.

Antonio Barbalinardo ha offerto una lettura insieme affettiva e documentata. Ha ricordato l’amicizia con Giuseppe Ferraro, le visite in bottega, le passeggiate fino alla lunga panchina del Parco del Portello. Ma soprattutto ha chiarito un punto fondamentale nella costruzione del libro: “Carmelo ha fornito una quantità enorme di materiali, testimonianze, documenti, senza i quali questo lavoro non sarebbe stato possibile”. Un riconoscimento che restituisce pienamente il carattere corale dell’opera.

Il cuore del volume, tuttavia, resta nelle parole della moglie Teresa, recentemente scomparsa. Antonio Barbalinardo ha raccontato il metodo paziente con cui sono stati raccolti i suoi ricordi: “per mesi, ogni mercoledì, per due ore”, e ha aggiunto un dettaglio che vale più di molte analisi: “i suoi occhi brillavano quando parlava del marito”. Teresa non ha potuto vedere il libro pubblicato né questa presentazione, e proprio per questo la sua presenza è stata, in qualche modo, la più forte.

La storia di Giuseppe Ferraro si colloca dentro la grande vicenda dell’emigrazione dal Sud. Nato in un piccolo paese della provincia di Caltanissetta, fu la madre a spingerlo a partire per Milano, non solo come luogo di lavoro, ma come spazio di possibilità. Tra difficoltà abitative e diffidenze iniziali, Giuseppe Ferraro costruisce progressivamente una nuova identità, definendosi “siculo-milanese”: una formula che tiene insieme rigore nel lavoro e capacità relazionale, concretezza e apertura.

Accanto a lui, per tutta la vita, la moglie Teresa, compagna anche nella bottega – negli ultimi anni riconosciuta come bottega storica – “parrucchiere per uomo e signora”. Una dicitura che oggi può far sorridere, ma che racconta un’epoca e una visione del mestiere.

Gli interventi istituzionali hanno dato ulteriore spessore all’incontro. Gabriele Albertini ha reso omaggio all’etica del lavoro di Giuseppe Ferraro, rileggendo anche il proprio contributo presente nel libro e ricordando il conferimento dell’Ambrogino d’oro come riconoscimento di un legame autentico con la città.

La sottosegretaria all’Istruzione Paola Frassinetti ha sottolineato la dimensione personale della vicenda: “Mi sono rivista in questa storia”, ha detto, richiamando il proprio percorso di arrivo a Milano da Genova e riconoscendo in Giuseppe Ferraro una figura esemplare per dedizione al lavoro, alla famiglia e al bello.

La consigliera regionale Chiara Valcepina, intervenuta nel corso dell’incontro, ha evocato a sua volta una storia familiare segnata dall’emigrazione e dal lavoro in bottega – una gioielleria – ricordando anche un nonno che avrebbe voluto fare il tenore. Un intervento che ha intrecciato memoria privata e dimensione collettiva, restituendo il senso di una mobilità sociale costruita nel tempo.

La presidente del Consiglio comunale di Milano Elena Buscemi ha aggiunto un ulteriore elemento di riconoscimento: anche suo nonno, ha ricordato, era “siciliano, parrucchiere ed emigrato”. Un parallelo che ha trasformato la storia di Giuseppe Ferraro da vicenda individuale a paradigma.

È intervenuto anche Rodolfo Masto, Presidente dell’Istituto dei ciechi di Milano, con un breve contributo che ha richiamato il valore umano e sociale di figure come Giuseppe Ferraro, capaci di costruire comunità attraverso il lavoro quotidiano.

Particolarmente efficace anche l’intervento del presidente dell’Ordine degli Avvocati di Milano, che con una battuta ha alleggerito il tono senza banalizzarlo: “Passo più tempo con Carmelo Ferraro che con mia moglie”, per poi sottolineare il valore dell’identità “siculo-milanese”: etica del lavoro e impegno milanese uniti a fantasia e capacità relazionale di matrice siciliana.

Gli omaggi sono proseguiti con l’artista Demò, che ha presentato un’opera dedicata a Giuseppe e Teresa, con Gianni Criveller, padre del PIME, e con la scrittrice Giovanna Ferrante, che ha offerto una lettura quasi generativa della vicenda: “Dalla storia di Giuseppe e Teresa è nato uno dei protagonisti della città milanese, Carmelo Ferraro”.

A rendere ancora più significativa la mattinata, la presenza di lavoranti, amici, compagni di villeggiatura: non pubblico generico, ma una comunità concreta, costruita nel tempo.

L’incontro si è concluso con un’immagine di grande forza simbolica: la proiezione della copertina del volume, in cui Giuseppe e Teresa, ritratti mentre attraversano una galleria, sembrano dirigersi verso la luce. Una chiusura che ha evitato ogni retorica e, proprio per questo, ha lasciato un’impressione duratura.

In un tempo che celebra spesso storie artificiali, quella di Giuseppe Ferraro colpisce per la sua semplicità strutturale: lavoro, dignità, relazioni, amore per il bello. Elementi che, messi insieme, costruiscono non solo una biografia, ma un pezzo di città.

E forse è proprio questo il punto: Milano non è fatta solo dai suoi grandi nomi, ma da figure come Giuseppe Ferraro, che senza clamore hanno saputo darle forma ogni giorno, aprendo una bottega e, insieme, uno spazio umano. Una lezione discreta, ma difficilmente replicabile.