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Milano

Di Lamberto Bertole per arcipelagomilano.org

Il dibattito politico nelle istituzioni, così come all’interno dei partiti, è spesso, come tutti vedono, privo di razionalità e trasparenza. I più navigati, spesso malcelando l’orgoglio per il loro cinismo (che chiamano “non ingenuità”), dicono che fa parte del gioco, del grande teatro (o teatrino) della politica. In questi ultimi due anni, sia per l’esperienza in Consiglio comunale, sia per lo spettacolo che la politica nazionale ci ha offerto, mi sono misurato con un artificio retorico, quasi una categoria del dibattito politico, che potremmo definire “il rovesciamento della colpa”. Una categoria forse poco politica, ma efficace nel descrivere una dinamica che sembra caratterizzare la nostra dialettica politica. In sintesi si tratta di far ricadere la colpa su chi solleva un problema, cercando di risolverlo, o su chi denuncia un errore, invece che su chi lo ha commesso.

In Consiglio comunale, dal primo giorno, mi ha impressionato la spregiudicatezza con cui chi ha governato questa città per vent’anni, responsabile nel bene e nel male della situazione che la nuova giunta ha trovato nel giugno del 2011, ha cominciato da subito ad attaccare e denunciare. Ogni occasione era buona, dalla sicurezza al bilancio, per accusare Sindaco e maggioranza di non aver ancora risolto qualche problema o addirittura di esserne i responsabili. Come marziani, appena sbarcati nella nostra città. Senza pudore e senza timore di smentita. Anzi, talvolta ridendoci su. Alcuni esempi: la gestione del patrimonio di edilizia residenziale pubblica e la questione delle occupazioni abusive, il piano parcheggi, il buco di bilancio, le consulenze, l’aumento della spesa, i campi nomadi abusivi. Eredità complesse del passato imputate ai nuovi amministratori.

Negli ultimi tre mesi (a far bene i conti 101 giorni …) ho rivisto questa dinamica anche all’interno del Partito democratico nazionale. Dalle elezioni del Presidente della Repubblica alla recente fiducia al ministro Alfano, passando per il governo Letta, l’Imu, Brunetta e la richiesta di sospendere i lavori parlamentari per tre giorni, gli F35, buona parte della nostra classe dirigente invece di aprirsi a un confronto con i propri iscritti ed elettori ha preferito rinchiudersi nel fortino e attaccare i “dissidenti”. Il rovesciamento della colpa: di fronte a scelte difficili, in alcuni casi incomprensibili e autolesioniste, il problema è chi dice no, chi dice “ascoltiamo la nostra base”, chi dice “fermiamoci”. Di fronte all’incredulità dei nostri elettori, al trauma degli ultimi mesi, ai ricatti di Berlusconi, alla carta d’intenti “Italia bene comune” stracciata nei fatti, il problema diventano i “dissidenti”. Non si può continuare a votare contro gli impegni che abbiamo assunto in campagna elettorale, come sta avvenendo in queste settimane. Significa calpestare la volontà espressa dagli elettori, rompere un rapporto di fiducia fragilissimo. Eppure il problema sembra essere chi, magari per “ambizione personale”, dice che non è d’accordo, che c’è un Piave da non superare.

Ma la frontiera del rovesciamento della colpa non si ferma qua e arriva alla soglia che, con un’altra categoria, potremmo definire la soglia della “prescrizione del sintomo”. In cosa consiste? Semplice: di fronte ai sintomi di una patologia, prescrivo proprio quei comportamenti che ne sono sintomo. Un esempio? Il prossimo congresso. È di questi giorni la proposta di un nostro dirigente, Fioroni, che di fronte all’assenza di guida e leadership del nostro partito e di fronte alla sua crisi di strategia politica, dice: rinviamo il congresso, altrimenti si trasformerebbe in un referendum sul governo. Ecco qua, un caso da manuale di prescrizione del sintomo: hai un problema? Un partito spaccato e disorientato di fronte a scelte non legittimate dal voto, posizionamenti tattici e precongressuali? Bene, allora si propongono (Fioroni) delle scelte che non fanno che accentuarlo e in modo esplicito, premeditato, per nulla inconsapevole: prolunghiamo il logorio di questa fase di incertezza e posizionamento, rinviamo il momento del voto.

Eppure, appena fuori dall’acquario del ceto politico, la richiesta è così semplice. Una politica e un sistema dei partiti più razionale, aperto e ospitale, processi decisionali più lineari e trasparenti. Basterebbe così poco. Cominciamo quindi a non rinviare ulteriormente il congresso. Si volti pagina presto. Insomma, basta tatticismo.

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