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“Piccole cronache musicali”: il piacere libero (e tagliente) di raccontare la musica secondo Francesco Bogliari

Piccole cronache musicali, una raccolta brillante e anticonformista che racconta la musica con ironia, passione e uno stile tagliente. Quello di Francesco Bogliari. Un viaggio personale tra ricordi, recensioni e riflessioni, firmato da una voce libera del giornalismo culturale

“Piccole cronache musicali”: il piacere libero (e tagliente) di raccontare la musica secondo Francesco Bogliari

C’è un modo di scrivere di musica che non ha bisogno di etichette accademiche, né di rifugiarsi dietro il tecnicismo per essere autorevole. È quello di Francesco Bogliari, giornalista con una lunga passione per la musica, che in questi giorni sbarca in libreria con Piccole cronache musicali, una raccolta brillante, ironica e sorprendentemente personale edita da Metamorfosi.

Bogliari – è bene dirlo subito – “non è un musicista, non è un musicologo, non è un critico musicale”. È qualcosa di più libero: un osservatore curioso e anticonformista che, dopo studi musicali e una vita da appassionato, ha scelto di raccontare la musica con leggerezza intelligente e uno stile riconoscibile. I primi articoli risalgono agli anni del liceo e dell’università; poi una lunga pausa, ben 34 anni. Il ritorno nel 2008, prima sui social e poi – dal 2022 – con una collaborazione stabile su Affaritaliani.it, dove le sue cronache hanno trovato un pubblico affezionato.

Questo libro raccoglie proprio quel mondo: interventi brevissimi, quasi appunti diaristici, accanto a recensioni più ampie e strutturate. Il cuore è la cosiddetta “musica colta” – cameristica, sinfonica, operistica, sacra – ma non mancano incursioni nel jazz e nella canzone d’autore. Il tutto filtrato da uno sguardo personale, eclettico, spesso provocatorio, sempre coinvolgente.

Già dalle prime pagine emerge il tono intimo e insieme vivace della scrittura. Nel ricordare gli inizi, Bogliari racconta: “La mia avventura con la musica iniziò da ragazzo: cinque anni di pianoforte da privato tra medie e ginnasio… Nel frattempo ascoltavo dischi, leggevo libri e cominciavo a frequentare i luoghi dove si faceva musica.” E poi la memoria, vivissima, del primo concerto: “Ho un ricordo visivo nettissimo del primo concerto… Il buio della sala è trafitto dall’occhio di bue che illumina l’interprete e lo strumento. Immagine tatuata nella memoria.”

Ma Piccole cronache musicali non è solo nostalgia: è anche racconto di formazione, di incontri e influenze. Parlando della giovanile corrispondenza epistolare con il cugino Gianfranco, suo “iniziatore”, dice: “In quelle lettere parlavamo di letteratura, teatro, arti figurative, ma soprattutto di musica… fu il mio primo pusher. Poi ne avrei avuti altri, ma il primo pusher non si scorda mai…” Un’ironia che attraversa tutto il libro, capace di alleggerire anche i momenti più riflessivi.

E quando Bogliari passa alla recensione, il tono cambia: si fa affilato, diretto, spesso spiazzante. È questa la cifra del libro: un linguaggio libero, pieno di metafore e giochi di parole, capace di passare dall’entusiasmo alla stoccata critica con naturalezza. Senza mai perdere il piacere del racconto. Nel paragrafo “Perché?”, Bogliari spiega anche il senso profondo di questa raccolta: “La musica è stata ed è la linfa vitale, la benzina che mi sostiene… Solo la musica illumina, rassicura e consola.” Una dichiarazione che è insieme confessione e manifesto poetico.

Con la prefazione di Alessandro Pinzauti, Piccole cronache musicali si presenta dunque come un libro per appassionati ma anche per curiosi, per chi ama la musica ma soprattutto per chi ama leggerne in modo diverso: senza barriere, senza reverenze inutili, con intelligenza e divertimento. Perché, in fondo, è proprio questo il punto: Bogliari non spiega la musica. La racconta. E nel farlo, riesce a farcela sentire ancora più vicina.

AffariItaliani.it pubblica in anteprima un estratto dalla premessa del libro:

Non sono un musicista, non sono un musicologo, non sono un critico musicale.
Dunque, chi son?
[Non] sono un poeta (e per fortuna, ce n’è tanti pel mondo…).
Che cosa faccio? Scrivo. E come vivo? Vivo.
Fuor di metafora (Luigi Illica e Giuseppe Giacosa, perdonatemi…), sono un giornalista (e varie altre cose, come vedremo) che ha fatto studi musicali e si diverte a scrivere di musica senza pretese scientifiche, tecniche o accademiche. Non penso infatti di sostituirmi a musicologi e critici musicali, le cui analisi, tecniche e rigorose, sono imprescindibili per la comprensione di qualsiasi creazione musicale. Al massimo posso considerarmi un loro amichevole compagno di viaggio, un fahrenden Gesellen, per citare l’amato Gustav Mahler.

La mia avventura con la musica iniziò da ragazzo: cinque anni di pianoforte da privato tra medie e ginnasio. Poi, con cambi di città e il sorgere di altri interessi, non proseguii gli studi, continuando a praticare lo strumento al livello raggiunto. Nel frattempo ascoltavo dischi, leggevo libri e cominciavo a frequentare i luoghi dove si faceva musica.

Ho un ricordo visivo nettissimo del primo concerto a cui ho assistito in un teatro; metà anni ’60, Comunale di Firenze, il grande pianista ungherese Géza Anda esegue le Davidsbündlertänze di Robert Schumann. Il buio della sala è trafitto dall’occhio di bue che illumina l’interprete e lo strumento. Immagine tatuata nella memoria. Poi Arthur Rubinstein che salta sul seggiolino in una Polacca di Chopin al Principe di Piemonte di Viareggio (grandi stagioni di musica da camera quelle degli Amici della Musica viareggini che mi hanno permesso di ascoltare il Quartetto Italiano, il Trio di Trieste, Bruno Canino, Rocco Filippini, Salvatore Accardo, Aldo Ciccolini, Maria Tipo…). Mentre la prima opera è stata, sempre a Firenze in quegli anni, l’Innominabile di Giuseppe Verdi; memoria visiva più stinta, un vago ricordo del marrone delle tonache dei frati.

In quel periodo iniziò una fitta corrispondenza epistolare tra me e mio cugino Gianfranco, di tre anni più grande (stavo per scrivere “vecchio”, ma potrebbe adontarsi per la parola politicamente scorretta, quindi non dirò “vecchio” ma “grande”). Lui viveva in Umbria, io in Toscana, Internet non c’era ancora (incredibile!), per cui lo strumento usato erano lettere scritte a mano (chissà che fine hanno fatto, con i tanti traslochi della mia vita). In quelle lettere parlavamo di letteratura, teatro, arti figurative, ma soprattutto di musica e lui, più esperto in quanto più… grande, fu il mio primo pusher. Poi ne avrei avuti altri, ma il primo pusher non si scorda mai… Quindi gran parte della colpa di quello che leggerete è sua… “