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C’era una volta un Paese nel quale i politici dovevano dare il buon esempio. Il caso al quale mi riferisco è quello di Roberta Cocco, assessore del Comune di Milano. Ora, il caso della Cocco è alquanto interessante. Entra dopo sei mesi in giunta perché aveva da concludere un lavoro in Microsoft, dove ha lavorato. E fin qui, almeno un po’ di stranezza c’è. Che cosa vuol dire che uno ha un lavoro da finire? E non può entrare subito in giunta? O si è disponibili oppure no, mica si può essere disponibili a metà. Però, va bene, si è detto: si vede che è una che vale la pena aspettare. Un po’ come quando si vuole comprare un campione in una squadra di calcio, si aspetta che si svincoli e morta là. Pazienza e sangue freddo. Così i milanesi, gente concreta, non ci hanno fatto molto mica caso alla Cocco mancante. Arriverà e farà tanti bei gol in giunta. Invece, lei arriva e che cosa fa? Non pubblica i suoi redditi come previsto dalla normativa sulla trasparenza. La motivazione? L’anno scorso neppure ci pensavo al Comune e quindi altro che trasparenza, non faccio proprio nulla. Ovviamente l’Autorità Anticorruzione interviene e dice, eh no, caro assessore. Se hai scelto di fare l’assessore ora devi pubblicarli i tuoi redditi, perchè le regole sono regole e vanno rispettate. Lei no, insiste. Piuttosto paga una multa di mille euro e non dichiara niente. Il punto non è che ci interessi sapere quanto guadagnava la Cocco, perché saranno anche cavoli suoi. Che poi, adesso siamo pure curiosi, eh. Il punto è che se ci sono delle norme non è che si può dire: fa niente, non lo faccio e non me ne frega niente. Perché oggi è sui redditi, e domani su un appalto. E la politica dovrebbe dare l’esempio.


