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Milano
Pinocchio/ Expo, do you speak english?

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C’era una volta un Paese nel quale si parlava solo italiano. Non perché non si volesse parlare altre lingue, ma perché - semplicemente - la pigrizia regnava sovrana. Un bel giorno questo Paese, chiamato Italia, decise di entrare in competizione con una città turca, Smirne, e vinse così l’opportunità di organizzare le Esposizioni Universali. Sorse però subito un problema: che lingua utilizzare in queste grandi Esposizioni? L’italiano, no di certo. Meglio utilizzare l’inglese e il francese. Mal gliene incolse, allo sventurato Paese, il traduttore automatico di google subito trasformò implacabile Letizia Moratti, l’allora sindaco, in “Joy Moratti”. Comico. In un Paese normale, si dirà, non si possono usare solo traduttori automatici, ma anche magari traduttori veri, che facciano bene il loro lavoro. Così, di strafalcione in strafalcione, arriviamo ad oggi. Il ministero lancia il sito verybello.it, da alcuni giudicato la Bibbia del kitsch secondo Franceschini. La versione inglese è fantastica, da operetta. Il tema dell’alimentazione degli astronauti (scrive il messaggero di Roma) viene affrontato in una conferenza dall’esilarante titolo “What can you eat in space? Some foods yes, some foods no”, che vorrebbe dire “Che cosa puoi mangiare nello spazio? I cibi sì e i cibi no”. Peccato che gli inglesi si sbellicano. Così come quando si annuncia un “grand event”. Peccato che “grand event” ricordi di più un matrimonio reale che una conferenza stampa. E il francese? Peggio che andar di notte. Parole e accenti sbagliati. Expo replica: abbiamo assunto 3 traduttori madrelingua. Ma la pezza pare più grave del danno. Come viene assunta la gente alle Esposizioni? Ma del resto il Paese è così: bellissimo e con una bellissima lingua. Che non si capisce perché il resto del mondo non voglia imparare. Vivrebbero più felici e più contenti, no?

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