Imprenditori, leader del terzo settore, grandi interpreti dell’associazionismo e del civismo. Persone impegnate a costruire qualcosa di significativo. Protagonisti. A Milano, in Lombardia, in Italia. Su Affaritaliani.it Milano una rubrica dedicata al racconto di donne e uomini che con le loro iniziative, le imprese, la loro visione, forgiano quotidianamente la nostra realtà. A curare questo spazio, Mario Furlan: fondatore dei City Angels, ma anche attivista, giornalista, scrittore, coach motivazionale. Insomma, uno che di protagonisti se ne intende eccome.
Il dolore cronico è spesso una presenza difficile da raccontare: non sempre lascia segni visibili, ma può incidere in profondità sulla vita quotidiana, limitando il sonno, il movimento, il lavoro, le relazioni e l’autonomia. Negli ultimi anni è cambiato anche il modo di affrontarlo: non più soltanto come sintomo da attenuare, ma come una vera e propria patologia complessa, che richiede competenze specialistiche e un approccio multidisciplinare.
A spiegare come si è evoluta la Terapia del Dolore è il dottor Paolo Notaro, primario della Terapia del Dolore dell’ospedale Niguarda di Milano e tra i pionieri della disciplina in Italia. Dalle tecniche interventistiche alla neuromodulazione, fino all’importanza dell’ascolto e della presa in carico biopsicosociale, Notaro racconta perché oggi il dolore cronico possa e debba essere affrontato con percorsi sempre più personalizzati. L’INTERVISTA
Perché si parla di “dolore invisibile”?
Perché spesso non si vede e, proprio per questo, molti pazienti riferiscono di non sentirsi creduti o compresi. Eppure, il dolore cronico può compromettere sonno, movimento, lavoro, relazioni e autonomia. È molto diffuso, ma nella percezione comune non sempre emerge la reale dimensione del bisogno assistenziale che genera. L’invisibilità del dolore rischia così di tradursi anche in invisibilità del paziente.
Che cosa è cambiato nel modo di considerare il dolore?
Il cambiamento fondamentale è stato il passaggio da un paradigma che vedeva il dolore soprattutto come sintomo a un modello che riconosce il dolore cronico come una vera malattia a matrice biopsicosociale. Possono modificarsi i meccanismi che lo generano e lo mantengono, con effetti sull’intera persona.
Quindi la Terapia del Dolore non significa semplicemente prescrivere analgesici?
No. È una disciplina specialistica con competenze proprie, che dialoga con altre specialità. I farmaci sono uno degli strumenti, ma utilizziamo anche tecniche mininvasive e invasive sulle vie del dolore: blocchi diagnostici e terapeutici, radiofrequenza, procedure percutanee, neuromodulazione e sistemi impiantabili come i cosiddetti pacemaker dolore. In pazienti selezionati possiamo intervenire sui meccanismi di trasmissione e modulazione del dolore sia a livello centrale che periferico.
È questo l’aspetto meno conosciuto?
Probabilmente sì. Molti pazienti arrivano ai Centri di Terapia del Dolore dopo anni, spesso dopo numerose visite e trattamenti. La disciplina viene ancora percepita come l’ultima tappa, mentre una valutazione algologica tempestiva può aiutare a identificare il meccanismo prevalente e a costruire un percorso appropriato.
Ma la tecnologia da sola può bastare?
No. Nel paziente con sindrome dolorosa cronica le componenti biologiche, psicologiche e sociali si influenzano reciprocamente. Per questo l’approccio è sempre più biopsicosociale e integra, quando indicato, procedure interventistiche, farmaci, riabilitazione, attività fisica, supporto psicologico e recupero della funzione.
Lei si occupa di Terapia del Dolore da 25 anni. Che cosa è cambiato di più?
È cambiato il modo di guardare al paziente. Oggi comprendiamo meglio i meccanismi del dolore, disponiamo di tecnologie più sofisticate e possiamo personalizzare le cure. Ma resta fondamentale ascoltare la persona: dietro lo stesso dolore possono esserci storie, bisogni e conseguenze molto diversi.
Qual è il messaggio per chi convive con il dolore da anni?
Che non deve considerarlo inevitabile. Il dolore cronico merita una valutazione specialistica. L’obiettivo non è soltanto ridurne l’intensità, ma intervenire, quando possibile, sui meccanismi che lo sostengono e restituire funzione, autonomia e qualità di vita, la migliore possibile.


