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Ripartire da moderazione, competenza e credibilità: la lezione del referendum

Tra polarizzazione del dibattito, uso strumentale della Costituzione e necessità di ricostruire la fiducia attraverso competenza e serietà politica: una analisi dell’esito del voto referendario

Ripartire da moderazione, competenza e credibilità: la lezione del referendum

In un momento in cui il dibattito pubblico appare sempre più segnato da polarizzazione, semplificazione e sfiducia diffusa, il recente passaggio referendario rappresenta un’occasione utile non tanto per fermarsi al dato numerico, quanto per interrogarsi sullo stato di salute della nostra democrazia. Al di là degli schieramenti e delle letture di parte, emerge l’esigenza di una riflessione più profonda sul modo in cui vengono affrontati i grandi temi istituzionali, sulla qualità del confronto pubblico e sulla capacità del sistema politico di costruire consenso reale e consapevole. In questo contesto si inserisce la riflessione di Giuseppe Covato, Vicecoordinatore regionale Lombardia di Noi Moderati Giovani, che propone una lettura critica ma costruttiva dell’esito referendario e, più in generale, delle dinamiche che stanno attraversando il Paese

 Il dato più interessante di questa vicenda referendaria non è tanto il risultato in sé, quanto ciò che quel risultato rivela sullo stato del nostro sistema democratico. Non ha vinto il “no” né ha perso il “sì”: ciò che emerge con maggiore evidenza è una crisi più profonda, che riguarda la qualità del dibattito pubblico e la capacità del sistema politico-istituzionale di affrontare con maturità i nodi strutturali del Paese.

Chi ha sbagliato? Le responsabilità sono diffuse. Ha sbagliato chi ha attaccato la magistratura in termini che mettono a rischio l’equilibrio tra i poteri dello Stato. Ma ha sbagliato anche chi ha sostenuto le riforme con un approccio improntato alla semplificazione e alla ricerca di una legittimazione immediata, senza costruire un consenso informato e progressivo. Allo stesso modo, è fuori luogo ogni rappresentazione del diritto come terreno di scontro o di “vittoria”: la giurisdizione non è un’arena politica.

La Costituzione si può cambiare. Difenderla non significa immobilizzarla. Una Costituzione rigida è tale proprio perché prevede procedure complesse per essere modificata, non perché sia intoccabile. La sua forza risiede nella capacità di adattarsi ai cambiamenti, mantenendo saldi i principi fondamentali. Tuttavia, nel dibattito referendario, questa distinzione è stata spesso annullata: ogni proposta di riforma è stata percepita come una minaccia all’intero impianto costituzionale, alimentando una reazione difensiva che ha impedito un confronto nel merito.

Ha vinto Instagram. In questo contesto si inserisce anche il comportamento elettorale delle nuove generazioni. Il dato relativo alla fascia 18–34 anni evidenzia una tendenza che difficilmente può essere spiegata solo con una valutazione tecnica dei contenuti. È più plausibile che una parte significativa di questo orientamento sia maturata in un ambiente informativo caratterizzato da semplificazione e distorsione, dove i social media amplificano narrazioni parziali, emotivamente efficaci ma spesso incomplete. Ciò che prevale non è la complessità del merito, ma la forza della rappresentazione. Le opinioni si formano più sulla base di percezioni immediate che su analisi approfondite. Questo non implica necessariamente superficialità individuale, ma evidenzia un contesto in cui l’approfondimento è strutturalmente penalizzato.

La Costituzione va difesa sempre, anche dalle campagne politiche. Uno strumento di democrazia diretta dovrebbe rappresentare un’occasione di confronto consapevole e approfondito. Quando invece si riduce a una dinamica binaria, identitaria e polarizzata, il problema non risiede tanto nel contenuto delle riforme, quanto nel contesto in cui vengono proposte e discusse. La semplificazione ha sostituito la complessità, la contrapposizione ha preso il posto del confronto, e la Costituzione è stata spesso trasformata in uno strumento retorico, evocato selettivamente per rafforzare posizioni contingenti. Questo uso strumentale indebolisce la funzione stessa dei principi costituzionali, che dovrebbero rappresentare un sistema coerente di valori e non un repertorio da utilizzare “a chiamata”. Difenderli significa applicarli con coerenza, tanto nella tutela delle prerogative istituzionali quanto nella garanzia dei diritti fondamentali.

Senza futuro, senza fiducia. Tuttavia, il punto più profondo riguarda la fiducia. Le nuove generazioni vivono in una condizione di maggiore vulnerabilità — precarietà lavorativa, difficoltà economiche, ridotta mobilità sociale — e tendono a valutare ogni cambiamento attraverso una domanda implicita: chi ne paga il costo? Quando la risposta percepita è sfavorevole, il rifiuto diventa una forma di difesa. Si crea così una contraddizione: si chiede cambiamento, ma si diffida degli strumenti che dovrebbero realizzarlo. Non è necessariamente un rifiuto del progresso, ma una sfiducia verso il modo in cui viene proposto. Tuttavia, quando il “no” diventa una risposta automatica, si rischia di trasformare la cautela in immobilismo.

La festa di addio all’autorevolezza della magistratura. In questo quadro, emerge anche un tema delicato che riguarda la credibilità della magistratura. Le recenti immagini e testimonianze di magistrati che, all’interno dei tribunali, hanno dato vita a comportamenti assimilabili a dinamiche da stadio — tra cori, esultanze e manifestazioni di parte — sollevano una questione seria. Non si tratta di limitare la libertà individuale, ma di preservare il decoro e l’imparzialità di una funzione costituzionale. La magistratura fonda la propria autorevolezza anche sulla percezione di equilibrio, sobrietà e distanza dalle logiche di schieramento. Quando questa percezione viene meno, si rischia di compromettere la fiducia dei cittadini. È quindi legittimo attendersi interventi chiari e rigorosi da parte degli organi competenti, affinché tali comportamenti non restino senza conseguenze.

Serve un centro di serietà permanente. Le responsabilità, ancora una volta, sono condivise. La politica deve recuperare credibilità, costruire consenso reale, spiegare le riforme e coinvolgere i cittadini. Ma anche la società, e in particolare le nuove generazioni, è chiamata a un maggiore senso critico e responsabilità civica: distinguere tra riforme valide e riforme inefficaci, tra cambiamento necessario e cambiamento mal progettato. Oggi più che mai, però, serve un cambio di passo: è necessario riportare al centro del dibattito pubblico il valore della responsabilità e della competenza. Le decisioni che incidono sull’assetto istituzionale non possono essere affrontate con logiche di schieramento, ma richiedono metodo, serietà e visione.

Noi, il Paese. Per queste ragioni, noi siamo pronti a fare la nostra parte. Noi Moderati è pronto ad appoggiare questo processo di riflessione e di rinnovamento del metodo con cui il Paese affronta le proprie scelte più delicate. Non si tratta di inseguire soluzioni immediate o slogan, ma di contribuire a ricostruire un clima di fiducia, fondato su serietà, competenza e rispetto reciproco tra le istituzioni. Siamo disponibili a sostenere ogni percorso che rimetta al centro la qualità del confronto, la trasparenza delle decisioni e la responsabilità politica. Perché solo attraverso un approccio equilibrato e costruttivo è possibile restituire credibilità al sistema e accompagnare il Paese verso scelte più consapevoli e condivise, nell’interesse generale. Perché una democrazia matura non si misura dalla capacità di vincere un referendum, ma dalla capacità di usare quel referendum per crescere.