Se lavori troppo sei drogato: ecco dove puoi disintossicarti
“Vivere per lavorare o lavorare per vivere. Fare soldi per non pensare. Parlare sempre e non ascoltare”. Qualche anno fa a Sanremo lo Stato Sociale ritraeva la condizione di chi vive soltanto per lavorare. A Milano c’è chi l’ha inclusa nelle nuove dipendenze, quelle che hanno come oggetto non l’abuso di alcolici o droga, ma comportamenti quotidiani, come fare shopping, usare il computer o, appunto, lavorare.
La Cooperativa Sociale Onlus “Hikikomori” prende il nome dalla sindrome nata in Giappone che porta adolescenti, ma anche adulti, a rinchiudersi in casa per diversi mesi comunicando con gli altri solo virtualmente. Da diversi anni è attivo il centro che, grazie al contributo iniziale della Regione Lombardia e della Camera di Commercio di Milano, affronta varie problematiche tra cui quella del “workaholism”, termine coniato già nel 1971 da uno psicologo americano, mentre chi ne soffre è detto “workaholic”.
La presidentessa della cooperativa, la sociologa Valentina Di Liberto, spiega ad Affaritaliani.it Milano che la dipendenza da lavoro è “un disturbo ossessivo-compulsivo” con cui si manifesta ”un’eccessiva dedizione al lavoro fino all’esclusione graduale delle altre principali attività della vita”. Da qui una perdita del controllo che porta a fare sempre di più e a lavorare dovunque, scrivendo relazioni a letto o mandando e-mail dal bagno.
“Il fenomeno – aggiunge la sociologa – sembra interessare il 25% della popolazione ed è soprattutto maschile anche se sta aumentando anche il numero delle donne soggette ad esso. A livello mondiale il Paese in cui è più diffuso sono gli Stati Uniti, seguiti dal Giappone dove le persone lavorano in media 60-70 ore a settimana”. Cifre che non bastano a un pieno riconoscimento del disturbo: il DSM (Manuale Diagnostico Statistico dei Disturbi Mentali) lo inserisce solamente come sintomo di una più generale ossessione per la perfezione e l’ordine.
Oggi il workaholic è addirittura premiato per i suoi risultati professionali: “Questo – spiega la sociologa – spinge l’asticella delle prestazioni e degli obiettivi sempre più in alto in cerca di approvazione, perdendo di vista hobby e altri interessi e arrivando addirittura a mentire sul modo in cui passa la giornata”. Dal centro fanno presente come si possa arrivare addirittura a manifestazioni di “trance da lavoro”, vuoti di memoria e momenti di assenza durante le conversazioni con gli altri, mantenendo un pensiero fisso e ossessivo per la propria occupazione. Si finisce per saltare i pasti e perdere il sonno, diventando impazienti e irritabili.
“Riscontriamo tale dipendenza soprattutto nei liberi professionisti – chiarisce la dottoressa Di Liberto – che in alcuni casi arrivano insieme a un familiare che ha messo in luce il problema favorendone in parte il riconoscimento e la richiesta d’intervento”.
Intervento che avviene, nel centro milanese, attraverso una “psicoterapia individuale ad approccio integrato”: l’obiettivo è colmare e dare significato al vuoto che il paziente tenta di coprire con i suoi impegni. La dipendenza può avvenire anche per motivi familiari, se il paziente è cresciuto in contesti in cui il lavoro abbia avuto la precedenza su tutto e, da bambino, riusciva a guadagnare l’amore dei genitori solo attraverso un buon rendimento scolastico. Oppure arrivava a idealizzare il loro lavoro, cercando, nel tempo, di imitarli.
Rigidità comportamentale, assenza di creatività e l’illusione di un’energia infinita sono alcuni dei criteri per riconoscere la dipendenza. “L’attività lavorativa – conclude la sociologa – diventa un modo per curare il cattivo umore, il senso di vuoto e disagio interiore, presi dalla frenesia del fare”. Concentrarsi sui propri impegni professionali diventa così un tentativo di evasione per non pensare a problemi relazionali o personali.
Forse aveva ragione lo Stato Sociale, sarebbe meglio “una vita in vacanza”.


