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L’uomo che verrà: tra neuroscienze e filosofia, il viaggio di Sergio Barbieri verso il transumanesimo

“Umano, Troppo Umano, Transumano”. Un convegno ed un libro in via di pubblicazione: così Sergio Barbieri ridisegna i confini dell’uomo

L’uomo che verrà: tra neuroscienze e filosofia, il viaggio di Sergio Barbieri verso il transumanesimo

C’è un momento nella conversazione con lo scienziato Sergio Barbieri in cui ci si accorge che il libro che ha scritto non è un saggio sul futuro. È un processo. Un processo rigoroso, lungo quasi vent’anni di studi, due grandi convegni ed un terzo in arrivo il prossimo autunno all’Aula Magna dell’Università Statale di Milano, ai duemila anni di pensiero con cui l’uomo ha cercato di diventare qualcosa di più di ciò che è — e alla domanda, mai risolta, se ci sia riuscito davvero o si sia soltanto ingannato con nuovi idoli.

Il volume si intitola “Umano, Troppo Umano, Transumano: genealogie, tecniche e costi dell’oltre” e porta con sé l’eco di Nietzsche — quella raccolta aforistica in cui il filosofo tedesco demoliva le certezze metafisiche con il bisturi della storia — e poi spinge oltre, verso quel “transumano” che è diventato la parola d’ordine di un’epoca. Barbieri, neurologo e già direttore del Dipartimento di Neuroscienze e Salute mentale della Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano, ha costruito come una genealogia del desiderio di oltrepassarsi: da Platone a Elon Musk, passando per gnostici, Newton, Pico della Mirandola, Teilhard de Chardin e i guru della Silicon Valley. Diciotto capitoli. Una domanda sola, che ritorna sempre: quale idea di bene è implicita nella tua idea di «oltre»?

Dal microchip alla coscienza universale

Tutto comincia da un nome che pochi conoscono ma che ha cambiato la vita di tutti: Federico Faggin. L’inventore del microchip, del touchscreen e del touchpad. Bill Gates disse che senza di lui non sarebbe esistita la Silicon Valley. Barack Obama gli ha consegnato la National medal for technology and innovation. Barbieri lo aveva invitato come ospite d’onore per il suo convegno sulla coscienza, e quella scelta racconta molto del percorso intellettuale del professore.

Faggin è fisico di formazione, riduzionista per mestiere. Eppure nella seconda parte della sua vita ha compiuto un viaggio intellettuale sorprendente: dalla materia alla coscienza, fino ai Vedanta, la parte filosofica della tradizione indiana. Il messaggio che ne ha tratto è radicale: la coscienza non è un prodotto del cervello. È la coscienza a essere primitiva; la materia viene dopo. Il cervello non produce coscienza: la filtra, la riduce alla scala dell’individuo, perché altrimenti saremmo travolti da una quantità di stimoli impossibile da reggere. “Heisenberg, Schrödinger, Bohr, Planck — i padri della meccanica quantistica — sono tutti approdati a posizioni simili. Non credevano nel Dio delle scritture rivelate, ma in una coscienza universale di cui siamo parte. La scienza più rigorosa e la filosofia più antica stavano descrivendo la stessa cosa con linguaggi diversi.”

È da questa riflessione sulla coscienza che nasce il terzo convegno — e il libro. Perché la domanda sulla natura della coscienza e la domanda sul futuro dell’uomo, scopre Barbieri nello studio, sono la stessa domanda posta da angolazioni diverse.

Un viaggio da Platone a Elon Musk

Il libro parte da lontano, e questa è la sua forza. Barbieri non inizia da Kurzweil o da Musk: inizia da Platone, perché il desiderio di oltrepassarsi non è un’invenzione della Silicon Valley. È la costante più profonda della storia del pensiero umano. Ciò che cambia, di epoca in epoca, è il mezzo. Ciò che non cambia è la struttura del desiderio — e i rischi che porta con sé.

Già Pico della Mirandola, nel pieno del Rinascimento, scriveva nell’Oratio de hominis dignitate che l’uomo è l’unica creatura senza posto fisso nella scala dell’essere: può ascendere o decadere, non ha natura data ma progetto aperto. È la prima formulazione moderna dell’idea che l’umano si autodetermina. Il ponte verso ogni transumanesimo successivo è già tutto lì, nel 1486. “La differenza tra Pico della Mirandola e il transumanesimo contemporaneo è che Pico manteneva in tensione libertà e dignità intrinseca. I suoi eredi moderni spesso perdono uno dei due poli. O la libertà diventa onnipotenza senza limiti, oppure l’uomo viene ridotto a design tecnico e prestazione ottimizzabile. In entrambi i casi qualcosa di essenziale va perso.”

Il percorso attraversa poi Leibniz e il suo sogno di una lingua perfetta che riduca ogni controversia a calcolo — uno specchio sorprendente dell’ossessione algoritmica contemporanea. Newton, con il suo doppio volto: il Newton pubblico dei Principia e il Newton segreto, alchimista e teologo eterodosso, ossessionato dalla trasmutazione della materia. Il capitolo sul Progresso come escatologia laica — paradiso uguale futuro terrestre, salvezza uguale accelerazione tecno-scientifica — smonta con precisione chirurgica una struttura narrativa che diamo per scontata e che invece è una scelta ideologica precisa. Nietzsche, che non è il padre nobile del superuomo tecnologico come la Silicon Valley vorrebbe, ma il filosofo che chiede: il tuo desiderio di “oltre” nasce da amore per la vita, o da rifiuto della vita?

E poi Teilhard de Chardin — il gesuita paleoantropologo che vedeva nell’evoluzione una direzione verso crescita di coscienza e complessità — e Sri Aurobindo, la voce meno attesa del libro: il filosofo e yogi bengalese che propone un transumano spirituale radicalmente incarnato, l’esatto opposto della fuga gnostica. Non uscire dal corpo verso lo spirito puro: far scendere lo spirito a trasfigurare la materia dall’interno.

Il cyborg siamo già noi — senza saperlo

La svolta contemporanea del libro è quella in cui la storia delle idee incontra il presente, e il tono cambia. Barbieri porta in scena Nick Bostrom con il rischio esistenziale dell’intelligenza artificiale non allineata ai valori umani. Harari con il dataismo come nuova religione secolare che riduce tutto a flusso informazionale ottimizzabile. E il filosofo David Chalmers con la domanda più perturbante di tutte: chi sopravvive all’upload mentale? Tu, o una copia che crede di essere te?

Ma prima di questi scenari, c’è già il presente. E il presente è già transumanista, senza che ce ne siamo accorti. Barbieri usa l’esempio del telefonino con una semplicità quasi comica, e poi colpisce: gli abbiamo delegato memoria, navigazione, calcoli, emozioni da condividere. Da giovane ricordava una cinquantina di numeri di telefono a memoria. Oggi ne sa due o tre. Quella è già un’espansione cognitiva mediata dalla tecnologia. “Il Neuralink di Elon Musk — il chip che permette di comandare con il pensiero una macchina esterna — non è un salto qualitativo rispetto al telefonino. È il passo successivo di un processo che abbiamo già cominciato. La vera domanda non è se diventeremo cyborg. Lo siamo già. La domanda è chi governa questa trasformazione, e con quale legittimazione.”

La medicina, spiega Barbieri, sta compiendo una svolta epocale: da curativa a potenziativa. Fino a ieri curava le malattie. Domani potrà potenziare le funzioni sane: chip di memoria, sensori nella corteccia visiva, interfacce neurali. Il confine tra terapia e enhancement è già poroso. E nessuna istituzione democratica ha ancora deciso dove tracciarlo.

Due correnti, una domanda

Il transumanesimo come movimento ha un padre preciso: Julian Huxley, biologo evoluzionista e fratello di Aldous, che coniò il termine nel 1957. Non è un caso che Aldous avesse usato esattamente le teorie del fratello per costruire la distopia del Brave New World: il dialogo tra ottimismo e critica distopica attraversa tutto il movimento successivo come un’ombra che non si dissipa mai del tutto.

Dentro il transumanesimo contemporaneo Barbieri distingue due grandi correnti, e la distinzione è il cuore del libro. Una si rifà a un’impostazione che lui definisce gnostica: il corpo come hardware obsoleto da abbandonare, la salvezza come migrazione della mente verso substrati immortali. L’upload mentale di Kurzweil ne è l’espressione più radicale. La struttura profonda è identica alla gnosi antica: ciò che resta fragile, corporeo, dipendente diventa implicitamente inferiore. Chi non può caricarsi su un server è condannato.

L’altra corrente lavora invece sull’incarnazione: medicina rigenerativa, eliminazione delle cellule senescenti, allungamento dei telomeri, CRISPR. L’obiettivo non è abbandonare il corpo ma trasformarlo. Si punta a una vita di duecentocinquanta anni con salute e lucidità conservate. Il corpo e la mente come inseparabili — una intuizione che Barbieri avvicina alla visione cristiana della resurrezione della carne più che alla fuga gnostica.

“Entrambe le strade portano alla stessa domanda: cosa sarà dell’umano come lo abbiamo conosciuto in questi venticinque secoli di storia registrata? Non sarà più così. La domanda è se ne saremo ancora noi i protagonisti, o qualcosa che si ricorda di esserlo stato.”

Il paradosso dell’immortalità e il test del sacrificio

Il capitolo più filosoficamente denso è quello sulla morte. Barbieri parte da Heidegger: la morte come struttura esistenziale permanente che rende significativa ogni scelta, non solo come evento terminale. Se tutto è sempre possibile dopo, nulla è urgente ora. L’immortalità perfetta rischia paradossalmente di dissolvere il significato dell’esistenza.

E poi c’è la questione che nessun futurista vuole affrontare: se la longevità estrema diventasse accessibile solo a chi può permettersela, la frattura sociale non sarebbe più tra ricchi e poveri. Sarebbe tra chi muore e chi no. Un apartheid ontologico tra mortali e immortali come caste biologicamente inconciliabili. La solidarietà nella vulnerabilità condivisa — quella che da sempre fonda l’eguaglianza tra gli esseri umani — si spezzerebbe.

“Chi paga concretamente il prezzo della promessa di futuro migliore? Ogni narrazione di ‘oltre’ — religiosa, filosofica o tecnologica — ha sempre implicato un’antropologia nascosta: cosa sei ontologicamente, cosa vale moralmente, cosa è sacrificabile praticamente. Il principio di responsabilità di Hans Jonas chiede di dichiarare quei sacrifici esplicitamente, invece di lasciarli scivolare nei meccanismi silenziosi del mercato.”

Questo Barbieri chiama il test del sacrificio: la domanda che ogni narrazione escatologica — il Regno di Dio, il Pleroma gnostico, il Punto Omega, la Singolarità tecnologica — non vuole sentirsi fare. Cambiano i personaggi e il linguaggio. La struttura è sempre la stessa. E il conto, alla fine, lo paga sempre qualcuno che nessuno ha nominato.

Cosa non si può perdere

Il libro non è solo critica. Il capitolo che Barbieri considera il più propositivo costruisce un criterio positivo: cosa non può essere perso senza perdere il senso stesso di vita degna? La risposta è la capacità di relazione autentica, intesa in senso ampio: relazione con la verità, con l’altro come volto irriducibile — nel senso di Levinas — con il proprio corpo, con il futuro come responsabilità, con il senso che va oltre la performance, e con il mistero come dimensione della vita che non si lascia calcolare e che forse non dovrebbe.

Da questo criterio discende un test operativo semplice e verificabile: ogni tecnologia di potenziamento va valutata su una domanda concreta. Aumenta o erode la capacità di relazione autentica? Aumenta empatia, ascolto, riconoscimento dell’altro? O li sostituisce con connessione ottimizzata e solitudine ben organizzata?

“La potenza tecnica che rompe sistematicamente la capacità relazionale salva strumenti efficienti. Non salva vite umane degne. E la differenza tra le due cose è esattamente ciò di cui nessuno vuole parlare quando si discute di futuro.”

Il transumanesimo sobrio

Il libro si chiude con una proposta che Barbieri chiama transumanesimo sobrio: né rifiuto moralistico reazionario della tecnologia, né idolatria acritica della potenza tecnica. Trasformazione senza dissoluzione. Cinque impegni operativi: la cura prima del potenziamento; l’accesso equo come condizione di legittimità — nessuna tecnologia trasformativa può diventare privilegio di casta; trasparenza e verificabilità; libertà di rifiuto protetta; e il più provocatorio di tutti: la vulnerabilità come valore, non come bug da correggere.

Quest’ultimo punto è il cuore. La fragilità non è il problema da risolvere. È la condizione che rende possibile la dignità, la relazione, la solidarietà. Pascal e la canna pensante: fragile come una canna, capace di essere spezzata da una goccia d’acqua, ma grande perché pensa. Il compito non è eliminare la fragilità — impossibile, e forse indesiderabile — ma pensarla, abitarla, condividerla, trascenderla parzialmente mantenendo sempre memoria di essa.

Asimov e il «Fiat Lux»

A un certo punto della conversazione Barbieri cita un racconto. Si chiama L’ultima domanda, è di Isaac Asimov, sessanta pagine in inglese liberamente reperibili in rete. L’umanità costruisce computer sempre più potenti, conquista galassie, la civiltà si espande nell’universo per milioni di anni. Ma ogni volta che pone al computer la domanda cruciale — come si può invertire l’entropia? come si sconfigge la morte termica dell’universo? — la risposta è sempre la stessa: dati insufficienti. Poi, alla fine dei tempi, tutti i computer dell’universo si fondono in un unico sistema cosmico. Gli viene posta per l’ultima volta la domanda. Sa rispondere. Risponde: Fiat Lux. E ricrea l’universo.

È il Punto Omega di Teilhard. È la coscienza universale dei Vedanta che Faggin ha abbracciato dopo una vita a costruire chip. È Spinoza. Come se duemila anni di pensiero — Platone, gli gnostici, i Padri della Chiesa, Newton, Nietzsche, Teilhard, Asimov — stessero pazientemente convergendo verso una risposta che nessuna singola tradizione riesce a dire da sola, in attesa che qualcuno le mettesse finalmente sullo stesso tavolo.

Umano, Troppo Umano, Transumano non risponde alla domanda su dove stiamo andando. Costruisce la mappa più onesta e più completa che abbiamo per capire da dove veniamo, e quali errori abbiamo già fatto abbastanza volte da riconcerli quando si ripresentano con un nome nuovo. In un’epoca in cui la velocità del cambiamento tecnologico supera la capacità collettiva di pensarlo, questo non è poco. È forse tutto.