È durata pochi minuti la comparizione davanti ai magistrati della Procura di Milano del dipendente Atm che lo scorso 26 febbraio era alla guida del Tramlink deragliato. Pietro M., 60 anni, unico indagato nell’inchiesta, ha scelto di avvalersi della facoltà di non rispondere durante l’interrogatorio. Il tranviere, assistito dai legali Benedetto Tusa e Mirko Mazzali, deve rispondere delle pesanti accuse di disastro ferroviario, omicidio e lesioni colpose in relazione all’incidente della linea 9 costato la vita a due passeggeri — Ferdinando Favia e Okon Johnson Lucky — e il ferimento di circa cinquanta persone.
Il legale del tramviere: “Non c’è traffico dati sul cellulare al momento dell’impatto”
A parlare è invece il legale del tranviere, l’avvocato Mirko Mazzali: “Si ricorda prima della fermata che ha saltato e poi l’impatto. Ha saltato la fermata perché e svenuto. Ha assolutamente dei ‘buchi’, non ricorda bene quanto accaduto dopo il malore”. L’uomo ha ribadito ai propri difensori di essersi fatto male a inizio turno quando, “alla presenza del collega che aveva finito il turno”, ha urtato l’alluce del piede sinistro caricando la carrozzina di un disabile. Il dolore sarebbe cresciuto piano piano, fino a diventare fortissimo tanto da avere una sorta di mancamento. “Il medico dell’ospedale riconosce il malore , questa connessione con quanto accaduto prima la faremo accertare anche a un nostro medico legale a cui ci rivolgeremo per una consulenza” chiosa l’avvocato Mazzali. “Non c’era traffico dati nel momento in cui è avvenuto l’impatto” del tram, ha aggiunto Mazzali respingendo l’ipotesi che il conducente fosse al telefono. “Devo dire – prosegue il legale – che anche sul resto, proprio perchè non sta bene, non ha saputo spiegare anche a noi se ha fatto qualche altra chiamata, perchè probabilmente se l’ha fatta e non lo so, era in così stato di shock che non se lo ricorda”. “Lui sicuramente ha contattato la famiglia nell’immediatezza ho visto un WhatsApp che ha mandato”, aggiunge il legale precisando di aver letto un solo messaggio “non so a secondo a chi l’ha fatto, ma non ci ha saputo spiegare a chi l’ha fatto e questo è uno dei motivi per cui abbiamo deciso di avvalerci della facoltà di non rispondere”.
Dalla tesi del malore agli accertamenti sulla scatola nera
Nonostante il silenzio in aula, resta agli atti la versione fornita dal conducente nell’immediatezza dei fatti, quando sostenne di aver perso i sensi a causa di una sincope vasovagale. Secondo il suo racconto, lo svenimento sarebbe stato causato dal dolore per un trauma all’alluce subìto a inizio turno mentre prestava assistenza a un passeggero disabile. Una ricostruzione che però non ha mai del tutto convinto gli inquirenti, impegnati a verificare se lo schianto contro l’edificio sia dipeso da un errore umano, un guasto tecnico o un problema dell’infrastruttura.
Per diradare ogni dubbio, la Procura punta ora tutto sugli accertamenti scientifici: è stata disposta una consulenza cinematica e l’analisi della “scatola nera” del mezzo. Inoltre, è già stata eseguita la copia forense del cellulare del conducente per monitorare l’attività del dispositivo nei minuti precedenti al disastro. Non è escluso che il registro degli indagati possa allargarsi nelle prossime settimane, coinvolgendo eventuali responsabili della sicurezza o della manutenzione, procedura necessaria per permettere lo svolgimento di perizie con la partecipazione di consulenti di parte.

