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Milano

Ormai il PD è un megastore di prodotti politici online. Abbiamo i candidati con le loro storie preconfezionate, riassumibili in max 140 caratteri o poco di più da un qualche copy bravino. La discussione è “Cuperlo non vincerà mai, Civati tanto alla fine si ritira, Pittella vabbè, Renzi vince per forza”. Questo è il dibattito interno del PD pre-congresso. Nient’altro. Siamo al grado zero del ragionamento politico. Nessuno pretendeva una lettura collettiva dell’opera omnia di Hegel con commento, ma almeno due paroline sulla crisi e sul senso della parola sinistra, magari potremmo spenderle. Quando Bersani avvisava il PD del rischio di passare da soggetto politico a spazio politico, ammetto di avergli dato del matto. Ora capisco che aveva ragione. Lo stesso concetto di spazio oramai è inadeguato, siamo oramai al terzo periodo ipotetico, a una realtà parallela posticcia, un finto negozio online appunto, alla Amazon o alla Ebay, finalizzato alla pura gestione del potere e al suo maquillage.

Non esiste scelta dettata da idee politiche o da valori morali che orientino le scelte, solo il mero calcolo del guadagno in termini di regalie, voti, posti di potere. Il tutto venduto all’esterno come la purezza ideale super concentrata: siamo sempre i detentori della verità e gli altri, i grillini o i renziani (sei mesi fa), sono malvagi o incapaci. Dal partito leninista al partito liquido, siamo arrivati al partito truffa. Il PD è nei fatti un organo di gestione di amministrazioni locali, istituzioni politiche, economia di Stato e non solo basato sulla dialettica interna fra correnti e bande portatrici di grandi interessi esterni. Non ci sono battaglie politiche senza tornaconto, non ci sono idee sincere senza corrispettivo: la persistenza suicida e le scelte del governo Letta sono il distillato perfetto di questa situazione. Garantiamo l’esistenza del nostro potere costi quel che costi, anche la faccia.

In realtà non è un male assoluto modellare un partito di governo in questo modo, c’è un qualche tipo di dibattito democratico. Il problema è che questo non può essere un partito di sinistra, ma un partito centrista, in stile DC o Scelta Civica che fa del governo la sua unica ragione di essere. Un partito che non mira a cambiare la società attuale, ma a garantirne, con efficienza e capacità tecnica, gli equilibri. La sinistra nasce e vive solo se ha come fine il mutamento di questi equilibri, il cambiamento dei rapporti di potere fondati sul dominio sociale ed economico. Il governo è un mezzo per il cambiamento tramite le riforme. Quando Letta dichiara che l’azione di governo del PD è basata sul “cacciavite” e non sulle “riforme epocali”, quando dice che dobbiamo abbassare la “bandiera della politica” per far prevalere l’efficienza, dichiara morta l’esperienza di 150 anni di movimento operaio. L’idea che tramite riforme forti si possa ridistribuire il potere all’interno della società, diffondendolo dalle poche mani del grande capitale alle molte mani dei proletari, è stato l’asse portante della critica riformista al massimalismo rivoluzionario. L’accettazione delle regole democratiche e la loro diffusione sono state la grande vittoria delle sinistre che ha portato l’Europa a inventare il welfare state e a trasformare lo stato in istituzione collettiva, da ufficio di interessi della borghesia qual era per il dettato marxiano ortodosso.

Oggi la battaglia riformista è in ritirata (e con lei la democrazia dei nostri paesi). La rinuncia alla critica sociale e alla denuncia della disuguaglianza come scandalo è stato l’inizio della fine. Un partito che non ha come obiettivo la rimozione della disuguaglianza devastante fra cittadini che la crisi ha riportato allo scoperto non è di sinistra, non è riformista e non può sedere al parlamento europeo nei banchi delle socialdemocrazie. Il PD è chiamato a fare i conti con la sua storia, a discutere insieme al paese le sue ragioni profonde di esistenza, e lo deve fare ora, con un nuovo patto di fiducia tra elettori ed eletti, tra politica e società che dica “siamo di sinistra” o “riteniamo finita l’esperienza della sinistra”. La scelta è questa e va fatta in modo trasparente, in primis per onestà verso chi si impegna quotidianamente per un ideale oramai di facciata. Far finta di niente fa male al partito, ai militanti e a tutti quelli che ancora credono nella sinistra tra cui il sottoscritto, malgrado tutto.

Però, in fin dei conti, un po’ mi piace Matteo Renzi: è carismatico, ha sempre la battuta pronta e ha decisamente una marcia in più rispetto alla qualità media della dirigenza democratica. È un ottimo prodotto di marketing insomma e si venderà bene. Sono anche convinto che l’argomento ontologico del neorenzismo (“se votiamo Renzi il PD vince” e “Renzi è l’unica possibilità di vincere a breve le elezioni” allora “dobbiamo votare Renzi”) abbia un suo perché e che sia comprensibile che molti militanti ed elettori lo ripetano oramai come un mantra. La cosa che mi disgusta profondamente è vedere la classe dirigente peggiore della storia italiana, che ha portato la sinistra alla sua sconfitta peggiore e, oramai alla sua fine inevitabile, che invece di dare le dimissioni in massa e di darsi alla raccolta dei pomodori nel Cilento si ricicla per l’ennesima volta, sperando di salvarsi con l’ennesimo restyling di facciata. L’aggettivo “gattopardesco” non è decisamente adeguato, serve almeno un “indegno” o “indecente”, se non addirittura “raccapricciante”. Svelare l’inganno del rinnovamento è semplice: “se il potere post PCI dell’Emilia ora sta con Renzi, allora non c’è nessun rinnovamento”. Se persino Veltroni è arrivato a bacchettare Franceschini per l’incoerente appoggio (leggi: trattativa per un po’ di segretari regionali) a Matteo, vuol dire che abbiamo sfondato il muro del ridicolo da un bel po’.

La novità è che noi non saremo della partita e così spero buona parte della mia generazione. Pretendiamo coraggio e dignità, sincerità con noi militanti e con gli elettori. Si decida insieme la strada da prendere senza rimanere ostaggio dei gruppi di potere bravissimi a prenderci in giro, lo fanno da sempre. Col coraggio di tutti e con la responsabilità di chi ricopre ruoli dirigenti con dignità può rinascere una sinistra degna di questo nome. Rimettiamo al centro la battaglia contro la disuguaglianza e la lotta politica contro il peggior capitalismo finanziario della storia. Saremo donchisciotteschi ma almeno noi, che non abbiamo niente da perdere, non ci avrete, né oggi, né mai.

Giacomo Marossi, da arcipelagomilano.org
 

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