La vera domanda, dopo l’assoluzione degli otto imputati per la Torre Milano di via Stresa, non è se il grattacielo fosse bello, brutto, troppo alto o urbanisticamente discutibile. La domanda, molto più insidiosa per la Procura, è un’altra: si può trasformare in reato una prassi edilizia seguita per anni dal Comune, avallata dagli uffici e messa realmente in discussione solo quando la giurisprudenza ha iniziato a cambiare rotta?
È questo il punto che rischia di riverberarsi su buona parte delle inchieste milanesi sull’urbanistica. Il Tribunale, assolvendo gli imputati del caso Torre Milano, ha di fatto indicato una possibile chiave di lettura destinata a pesare anche altrove: per condannare progettisti, costruttori e funzionari non basta dimostrare che un intervento oggi possa apparire illegittimo o comunque non conforme agli orientamenti più recenti. Bisogna dimostrare che, quando i titoli edilizi furono presentati, istruiti e rilasciati, quella illegittimità fosse chiara, percepibile, non ragionevolmente equivocabile.
Da una parte c’è la Milano edilizia costruita sulle prassi precedenti al 2024, quando Palazzo Marino autorizzava molti interventi seguendo una determinata lettura delle norme. Dall’altra c’è la Milano successiva, quella delle nuove cautele, delle verifiche più rigide, delle tabelle aggiornate, del cambio di rotta amministrativo arrivato dopo le indagini e dopo le pronunce più restrittive di giudici amministrativi e penali. Per gli altri processi, il tema diventa allora stabilire da quale lato della frattura collocare i fatti contestati. È la linea che, in termini generali, emerge anche dalle valutazioni espresse dalle difese: il verdetto sulla Torre Milano potrebbe diventare un punto di riferimento per tutti i casi in cui gli imputati hanno agito confidando in un quadro amministrativo allora ritenuto legittimo.
Questo non cancella le differenze tra i singoli fascicoli. Anzi, le rende decisive. Ogni procedimento dovrà essere misurato sui propri atti, sui propri tempi, sui propri titoli edilizi. Ma da ieri la Procura ha un problema in più: non deve solo convincere i giudici che una certa interpretazione urbanistica sia oggi preferibile. Deve dimostrare che quella opposta, adottata allora dagli uffici, fosse già penalmente insostenibile.
Park Towers, il dossier più esposto alla reazione a catena
Il caso che guarda più da vicino alla Torre Milano è quello delle Park Towers di via Crescenzago, in zona Parco Lambro. Anche qui si parla di un intervento rilevante per dimensioni, due torri di 81 e 59 metri, realizzate da Bluestone al posto di un deposito-magazzino. Anche qui il nodo riguarda la qualificazione come ristrutturazione edilizia e l’assenza di un piano attuativo. Anche qui l’iter si colloca tra il 2019 e il 2020, cioè nel pieno della stagione amministrativa che il Tribunale ha ritenuto caratterizzata da prassi consolidate e da un quadro interpretativo non ancora univoco.
Per questo Park Towers potrebbe diventare il primo vero test dell’effetto Torre Milano. Se il ragionamento sull’affidamento nelle procedure comunali dovesse essere ritenuto trasferibile anche a via Crescenzago, l’accusa dovrebbe superare un ostacolo molto alto: provare che gli imputati non si siano limitati a seguire un percorso amministrativo allora ordinario, ma abbiano consapevolmente aggirato la legge.
Il procedimento, peraltro, non vive solo nel penale. C’è un contenzioso economico tra Bluestone e Comune sulle monetizzazioni degli standard urbanistici, per oltre un milione di euro, e c’è il fronte della Corte dei Conti per tre funzionari dello Sportello unico edilizia, chiamati a rispondere di un possibile danno erariale. Ma proprio l’intreccio tra responsabilità penale, responsabilità contabile e prassi amministrative rende il verdetto Torre Milano particolarmente rilevante: se gli uffici applicavano criteri ritenuti normali, dove finisce l’errore amministrativo e dove comincia il reato?
Via Fauchè, quando l’abuso amministrativo non basta da solo
Il processo sul palazzo di via Fauchè è diverso e per certi versi più scivoloso. Qui non ci sono funzionari comunali imputati, l’accusa è limitata all’abuso edilizio e il tema del piano attuativo non è centrale, anche perché l’edificio non supera i 25 metri. Inoltre il fronte amministrativo è già molto avanzato: il Consiglio di Stato ha dichiarato abusivo l’edificio, il Comune ha ordinato la demolizione e il Tar ha confermato la linea dell’abbattimento.
Ma anche questo procedimento può essere toccato dal principio affermato per via Stresa. Un’opera può essere irregolare, può dover essere rimossa, può essere incompatibile con le norme urbanistiche; ma resta da dimostrare che chi l’ha realizzata abbia commesso un reato, con l’elemento soggettivo richiesto dalla legge. La sentenza attesa a luglio dirà quanto questo ragionamento potrà spingersi anche nei casi in cui l’illegittimità amministrativa sia già stata riconosciuta.
Bosconavigli e il terreno diverso delle monetizzazioni
Bosconavigli si muove su un piano differente. Il progetto firmato da Stefano Boeri non è stato trattato come una ristrutturazione, ma come nuova costruzione autorizzata con permesso di costruire. Il problema, per l’accusa, è soprattutto economico-urbanistico: la monetizzazione degli standard. Secondo la Procura, i poco meno di 2,9 milioni versati, calcolati a 434 euro al metro quadrato, sarebbero stati insufficienti rispetto al valore reale delle aree da destinare a servizi pubblici. La ricostruzione dei consulenti del pm porta a una cifra potenziale molto più alta, circa 6,1 milioni, applicando i valori poi recepiti dalle nuove tabelle comunali tra fine 2024 e inizio 2025.
Qui la sentenza Torre Milano non incide tanto sulla distinzione tra ristrutturazione e nuova costruzione. Incide però sul metodo. Se i valori applicati erano quelli accettati dagli uffici nel momento in cui l’operazione è stata autorizzata, anche per Bosconavigli il punto diventa la prevedibilità del diverso calcolo preteso oggi. La domanda, ancora una volta, è se gli imputati potessero sapere allora che la monetizzazione sarebbe stata considerata non solo bassa o contestabile, ma penalmente rilevante.
Hidden Garden e gli altri cantieri nel cono d’ombra
Poi c’è il resto della mappa, più frastagliata e meno facilmente riconducibile a un solo schema. Hidden Garden di piazza Aspromonte, altro progetto Bluestone, è ancora in udienza preliminare ed è stato uno dei primi fascicoli a segnare la nuova stagione investigativa sull’urbanistica milanese. In quel procedimento alcuni cittadini si sono costituiti parte civile in sostituzione del Comune, che nei processi finora non ha chiesto danni, ritenendo corretto l’operato dei propri dipendenti.
Attorno a Hidden Garden si muove una costellazione di altri dossier: Giardino Segreto Isola in via Lepontina, Residenze Lac in via Cancano, The Nest in via Fontana, via Serlio, Scalo House tra via Valtellina e via Lepontina, il caso della cosiddetta demolizione virtuale per lo studentato vicino a Scalo Farini, Unico Brera in via Anfiteatro, Papiniano48, via Zecca Vecchia. Alcuni sono più vicini al modello Torre Milano, altri riguardano profili diversi. Ma tutti entrano ora in una fase nuova. La sentenza non li travolge automaticamente. È però un precedente che costringe a cambiare la domanda. Ovvero: nel momento in cui l’operazione fu avviata, esisteva davvero una regola chiara, tale da fondare una responsabilità penale?
Il primo effetto pratico riguarda la strategia della Procura. È possibile che i pm impugnino la sentenza Torre Milano, attendendo le motivazioni per capire su quali punti intervenire. Ma nel frattempo gli altri procedimenti avanzano e le difese potranno usare il verdetto come argomento processuale e culturale.
Il fronte corruzione resta separato, ma il clima cambia
Un discorso a parte riguarda le inchieste per corruzione e le vicende legate alla Commissione paesaggio. Quel filone non coincide con i processi per abuso edilizio e lottizzazione abusiva. Ha presupposti diversi e non viene cancellato da una sentenza che riguarda la regolarità penale di un intervento edilizio. Tuttavia il clima generale cambia. L’assoluzione Torre Milano indebolisce l’idea di un sistema urbanistico penalmente evidente in ogni sua componente. Se le vecchie prassi comunali erano discutibili ma non penalmente rimproverabili, diventa più difficile raccontare l’intera stagione edilizia milanese come un blocco unico di illegalità. Le indagini per corruzione dovranno camminare sulle proprie gambe, senza essere trascinate dall’onda generale degli abusi urbanistici.
La Procura perde in aula, ma Milano ha già cambiato regole
Il paradosso è che la Procura, pur sconfitta nel primo processo arrivato a sentenza, ha già inciso profondamente sulla città. Dal febbraio 2024 Palazzo Marino ha cambiato prassi su ristrutturazioni, piani attuativi, oneri e monetizzazioni. Le regole sono diventate più caute, gli importi più alti, le procedure più rigide.
In questo senso l’inchiesta ha già prodotto un risultato quantomeno politico-amministrativo.

