Volkswagen, BMW, Porsche e Mercedes riducono manager e funzioni centrali per affrontare crisi cinese e costi dell’elettrico.
Volkswagen, BMW, Porsche e Mercedes-Benz stanno riducendo quadri, dirigenti e personale delle funzioni centrali, trasformando la crisi dell’industria automobilistica tedesca in una ristrutturazione che non riguarda più soltanto fabbriche e operai. Il rallentamento in Cina, la pressione sui margini e gli elevati costi della transizione elettrica stanno spingendo i gruppi a eliminare livelli gerarchici, accorpare reparti e ridurre le strutture amministrative.
Il fenomeno ha conseguenze dirette sulla capacità dell’industria tedesca di sviluppare nuovi modelli, gestire piattaforme digitali e affrontare concorrenti capaci di lavorare con organizzazioni più snelle. I tagli coinvolgono infatti anche progettazione, sviluppo prodotto, vendite, pianificazione e amministrazione, aree decisive per accelerare i processi e ridurre il tempo necessario a portare sul mercato una nuova automobile.
Il caso più significativo è quello di Volkswagen. Il gruppo starebbe eliminando centinaia di posizioni manageriali e avrebbe avviato un programma per facilitare la ricollocazione di 400-500 dirigenti. Sul mercato del lavoro tedesco si sta così formando una concentrazione insolita di professionisti provenienti dall’automotive, proprio mentre anche gli altri grandi costruttori stanno riducendo gli organici e hanno minori possibilità di assorbire le competenze liberate dai concorrenti.
La revisione dei livelli dirigenziali si inserisce in un piano molto più esteso. Volkswagen ha già programmato la riduzione di circa 50.000 posti in Germania entro il 2030, mentre il vertice avrebbe valutato fino a 50.000 ulteriori interventinelle funzioni indirette. Questo secondo dato non riguarda esclusivamente i manager e non corrisponde a una decisione definitiva: comprende un perimetro ampio di attività non direttamente legate alle linee di assemblaggio.
L’obiettivo è ridurre il costo di una struttura considerata troppo complessa, nella quale la presenza di numerosi marchi, piattaforme e livelli decisionali rallenta lo sviluppo dei prodotti. Il gruppo punta anche a riportare la capacità produttiva globale verso 9 milioni di veicoli l’anno, adeguando gli impianti a una domanda inferiore rispetto alle previsioni formulate negli anni precedenti.
Per Volkswagen la sfida è duplice. Da una parte deve finanziare batterie, software e architetture elettriche; dall’altra deve continuare a sostenere stabilimenti e modelli tradizionali in una fase nella quale l’auto elettrica cresce a velocità diverse nei singoli mercati. La debolezza della Cina rende il riequilibrio ancora più urgente, perché il Paese asiatico era stato per anni una delle principali fonti di volumi e redditività.
Anche BMW, considerata finora la casa tedesca più resistente al rallentamento, prepara un intervento rilevante. Il gruppo di Monaco punta a ridurre l’organico di circa 8.000 unità entro la fine del 2027, concentrandosi soprattutto su amministrazione, sviluppo e pianificazione del prodotto. La produzione sarebbe invece esclusa, almeno nella prima fase.
La scelta mostra quanto la pressione sui costi abbia raggiunto anche le aziende con risultati industriali più solidi. La riduzione delle vendite in Cina e gli investimenti necessari per affiancare modelli termici, ibridi ed elettrici obbligano BMW a contenere le spese fisse senza rallentare il lancio delle nuove piattaforme.
Per il gruppo il rischio è trovare un equilibrio difficile: tagliare abbastanza da proteggere i margini, ma non tanto da perdere competenze nel momento in cui software, elettronica e gestione energetica stanno diventando centrali nella progettazione dei veicoli. La semplificazione organizzativa può aumentare la rapidità delle decisioni, ma una riduzione eccessiva delle risorse potrebbe allungare i programmi o aumentare la dipendenza da fornitori esterni.
Più profonda appare la ristrutturazione di Porsche. Il costruttore ha concordato la cancellazione di altri 5.000 posti entro il 2035, che si aggiungono ai 3.900 tagli già pianificati e a circa 500 posizioni legate alla chiusura di alcune società controllate. Nel complesso, gli interventi possono interessare circa 9.000 lavoratori, quasi un quinto dell’organico.
La revisione comprende l’accorpamento di funzioni centrali, la cancellazione di alcuni reparti e una struttura manageriale più contenuta. Anche il consiglio di gestione è stato ridotto da otto a sette componenti. Il marchio deve affrontare contemporaneamente il rallentamento cinese, una domanda elettrica inferiore alle attese e i costi derivanti dalla necessità di mantenere più a lungo motorizzazioni differenti.
Il caso Porsche evidenzia uno dei problemi centrali della transizione. I costruttori avevano pianificato investimenti contando su una crescita rapida dell’elettrico, ma il mercato procede in modo meno uniforme. Le aziende devono così sostenere nuove piattaforme a batteria e continuare a finanziare l’evoluzione dei motori tradizionali, duplicando una parte dei costi industriali e di sviluppo.
Anche Mercedes-Benz sta intervenendo sulle funzioni amministrative e commerciali. Un programma di uscita volontaria rivolto a circa 40.000 dipendenti tedeschi avrebbe già portato all’uscita di circa 5.500 persone tra aprile 2025 e marzo 2026. Il gruppo punta a ridurre i costi di diversi miliardi entro il 2027, agendo su sviluppo, vendite, amministrazione e produzione.
Tra le misure allo studio figurano anche un aumento dell’orario di lavoro senza adeguamenti salariali e una revisione dei bonus. La necessità di risparmiare è stata accentuata dal calo delle vendite Mercedes in Cina, diminuite del 30% nel secondo trimestre 2026. Un arretramento particolarmente pesante per un marchio premium, tradizionalmente esposto ai clienti cinesi ad alta capacità di spesa.
La contemporaneità dei programmi rende più difficile la ricollocazione dei manager. In passato un dirigente in uscita da un costruttore poteva trovare spazio presso un concorrente o un grande fornitore. Oggi, invece, l’intera filiera sta riducendo costi e investimenti. Il mercato rischia quindi di perdere competenze sviluppate in decenni di progettazione, produzione e gestione internazionale.
La ristrutturazione dell’auto tedesca non è soltanto una risposta congiunturale alla riduzione delle vendite. È il tentativo di adattare organizzazioni costruite nell’epoca del motore termico a un settore nel quale software, batterie, intelligenza artificiale e aggiornamenti digitali richiedono processi più rapidi. Il taglio dei manager può alleggerire le strutture, ma il risultato dipenderà dalla capacità di conservare le competenze necessarie per affrontare la concorrenza cinese e statunitense.

