Mercedes affronta margini in calo, Cina debole e dazi USA mentre accelera su elettrico e rinnovo gamma.
Mercedes-Benz attraversa una fase delicata: i conti mostrano un gruppo ancora solido sul piano finanziario, ma sempre più esposto alla pressione su margini, vendite in Cina, dazi USA e transizione verso l’auto elettrica. Il punto non è la tenuta immediata del costruttore tedesco, che resta uno dei marchi premium più forti al mondo, ma la sostenibilità del modello industriale che per anni ha garantito profitti elevati grazie al lusso, ai grandi SUV, alle berline di fascia alta e alla domanda cinese. Oggi quella formula appare meno sicura.
Il secondo trimestre ha confermato il rallentamento della divisione auto. Le consegne sono scese dell’8%, a 417.800 unità, con un dato particolarmente pesante in Cina, dove il calo ha raggiunto il 30%. È il segnale più evidente di una trasformazione del mercato premium globale: i costruttori europei non possono più contare sulla stessa forza commerciale in un Paese dove i marchi locali sono diventati più aggressivi, tecnologicamente maturi e competitivi soprattutto sull’elettrico. Mercedes ha parzialmente compensato la frenata con Stati Uniti in crescita del 10% ed Europa in aumento del 4%, ma il baricentro del problema resta asiatico.
La debolezza cinese ha conseguenze dirette sulla redditività. Nel primo trimestre l’EBIT del gruppo è sceso a 1,9 miliardi di euro, in calo del 17% su base annua, mentre il margine della divisione Cars è passato dal 7,3% al 4,1%. Il dato resta dentro la guidance indicata per il 2026, compresa tra 3% e 5%, ma racconta una distanza sempre più ampia dai livelli raggiunti negli anni migliori del ciclo post-pandemico. Per un marchio abituato a posizionarsi nella fascia alta del mercato, margini così compressi rappresentano un cambio di scenario rilevante.
Il 2025 aveva già anticipato la portata della correzione. Mercedes-Benz Group ha chiuso l’esercizio con ricavi per 132,2 miliardi di euro, in calo rispetto all’anno precedente, e con un adjusted EBIT di 8,2 miliardi. La divisione Cars ha generato 4,8 miliardi di adjusted EBIT e un Return on Sales del 5,0%, contro l’8,1% del 2024. L’utile netto è sceso a circa 5,3 miliardi di euro, quasi dimezzato. Non si tratta di una crisi di liquidità: la posizione finanziaria industriale resta robusta, con una liquidità netta indicata a 33,8 miliardi nel primo trimestre 2026. Il problema è più strutturale: Mercedes guadagna meno su ogni auto venduta.
A pesare sono diversi fattori combinati. La Cina riduce volumi e potere di prezzo. I dazi statunitensi aumentano l’incertezza sui costi e sulla pianificazione produttiva. Le materie prime restano un elemento di pressione. I cambi non aiutano. A tutto questo si aggiunge la fase di rinnovo della gamma, che richiede investimenti elevati proprio mentre la redditività si assottiglia. Il piano industriale prevede oltre 40 nuovi modelli entro il 2027, una scelta necessaria per rilanciare il prodotto ma anche onerosa per progettazione, piattaforme, software, batterie e catena di fornitura.
Il dato più incoraggiante arriva dalle auto elettriche. Le vendite di veicoli BEV, considerando auto e van, sono salite del 50% a 63.000 unità. È un progresso importante, ma non sufficiente a cancellare i dubbi sulla transizione. Mercedes deve recuperare credibilità nell’elettrico premium, dove la concorrenza si muove su due fronti: da un lato i marchi cinesi, forti su tecnologia, prezzo e velocità di sviluppo; dall’altro i rivali tradizionali europei e americani, anch’essi impegnati a difendere margini e quota di mercato.
Per la filiera automotive, la fase Mercedes è un segnale da osservare con attenzione. Quando un costruttore premium riduce la redditività, l’effetto può trasferirsi rapidamente ai fornitori: maggiore pressione sui costi, revisione dei contratti, spinta all’efficienza e selezione più dura delle tecnologie da finanziare. Componentistica elettrica, software, batterie, elettronica di potenza e materiali leggeri restano aree strategiche, ma non tutte le imprese della catena del valore riusciranno a beneficiare allo stesso modo della trasformazione. La priorità dei costruttori diventa investire dove il ritorno è più rapido e difendere il margine dove la domanda è ancora forte.
Anche per i consumatori le conseguenze possono essere concrete. Una Mercedes più attenta alla redditività potrebbe ridurre sconti, semplificare gli allestimenti, concentrare l’offerta sui modelli più profittevoli o accelerare il ricambio di gamma nelle fasce a maggiore valore. Allo stesso tempo, la concorrenza cinese e la crescita dell’elettrico potrebbero aumentare la pressione sui prezzi in alcuni segmenti, soprattutto dove il cliente confronta più facilmente dotazioni digitali, autonomia, prestazioni e contenuti tecnologici.
La fotografia, quindi, è quella di un marchio finanziariamente forte ma industrialmente sotto pressione. Mercedes non deve soltanto vendere più auto: deve dimostrare di poter tornare a generare margini elevati in un mercato premium meno prevedibile, più elettrico, più competitivo e più esposto alla geopolitica. La sfida non riguarda solo Stoccarda. È il test dell’intera industria automobilistica europea, chiamata a difendere valore, tecnologia e capacità produttiva in una fase in cui la leadership non si misura più solo con il blasone del marchio, ma con velocità di innovazione, controllo dei costi e forza commerciale nei mercati globali.

