Il grande cantautore modenese è morto a 86 anni nella sua Pavana, circondato dall’affetto della famiglia. Con lui scompare una delle voci più profonde e libere della cultura italiana.
Il mestiere dannato di raccontare un addio
Ci sono giorni in cui fare il giornalista pare essere davvero un mestiere dannato. Accade quando la cronaca ci obbliga a trasformare in parole la scomparsa di qualcuno che abbiamo amato, anche senza averlo mai conosciuto. Bisogna cercare il titolo, rispettare le battute, mettere ordine nei ricordi, mentre dentro ogni regola professionale sembra improvvisamente stonata. Scrivere di Guccini significa rovistare anche nella propria vita, ritrovare una canzone legata a un amore, a un viaggio, a un’amicizia o a un’età che non tornerà. E allora il giornalista dovrebbe mantenere la distanza, ma l’uomo non ci riesce. Forse non deve nemmeno provarci. Perché alcuni addii non si raccontano restando fuori dalla porta: si scrivono con gratitudine, pudore e quella commozione che, almeno per una volta, non è un cedimento del mestiere, ma la sua parte più vera.
L’ultimo viaggio verso le sue radici
Francesco Guccini se n’è andato a Pavana, il luogo nel quale tutto sembrava cominciare e al quale aveva scelto di tornare. Aveva 86 anni. Accanto a lui la moglie Raffaella, la figlia Teresa e i familiari, che hanno chiesto discrezione e annunciato funerali strettamente privati. A settembre si terrà una cerimonia per consentire al suo pubblico di salutarlo.
È difficile pensare alla sua morte come a una semplice notizia. Guccini non è stato soltanto un cantautore, ma una voce interiore condivisa. Ha raccontato le partenze, le osterie, le amicizie perdute, gli ideali traditi e quella provincia che nelle sue parole diventava il centro esatto del mondo.
Canzoni che erano già letteratura
Nato a Modena nel 1940, cresciuto tra la città e l’Appennino, esordì negli anni Sessanta trasformando la canzone d’autore in uno spazio di pensiero. Auschwitz, Dio è morto, La locomotiva, Radici, Eskimo, Cirano: titoli che non appartengono più soltanto alla musica, ma alla memoria sentimentale e civile del Paese.
Guccini sapeva essere politico senza diventare propagandistico, colto senza perdere il gusto popolare del racconto, malinconico senza compiacersi della tristezza. La sua barba, la voce ruvida, le pause e le parole pronunciate come davanti a un bicchiere di vino erano diventate una forma di autenticità.
Il rapporto con Roma
Roma non fu per Guccini una patria dell’anima come Pavana, Modena o Bologna, ma rappresentò una tappa decisiva del suo percorso. Negli anni Settanta salì più volte sul palco del Folkstudio, il piccolo e leggendario locale nel quale la canzone d’autore poteva ancora nascere lontano dai riflettori, tra sedie ravvicinate, fumo, parole e bicchieri di vino. Nella Capitale i suoi brani trovarono poi una dimensione collettiva e politica: La locomotiva, Dio è morto e Auschwitz diventavano cori, dichiarazioni di appartenenza, modi diversi di opporsi all’indifferenza. Guccini non cantò Roma come cantò Bologna o l’Appennino, ma Roma seppe riconoscersi nella sua voce, soprattutto quella inquieta, popolare e militante, abituata a diffidare del potere e a scegliere ostinatamente da quale parte stare.
Il silenzio dopo l’ultima canzone
Aveva abbandonato concerti e nuovi album nel 2012, senza però ritirarsi davvero. Continuava a scrivere, osservare e ricordare, lontano dai riflettori che non aveva mai inseguito. Ora restano i dischi, i libri e le frasi che tornano nei momenti decisivi della vita. Resta soprattutto il sentimento che Guccini ci abbia insegnato qualcosa di raro: guardare il passato senza nostalgia retorica e il futuro senza facili illusioni.
Non amava essere chiamato poeta. Ma da oggi, nel silenzio lasciato dalla sua voce, sarà ancora più difficile definirlo in maniera differente. Basterà che partano le prime note di alcune sue canzoni e ci ritroveremo ancora lanciati a bomba contro l’ingiustizia, contro l’ipocrisia, contro il potere che pretende obbedienza e silenzio. Noi che non ci riconosciamo nelle sciocche rime della trap, nelle canzonette mielose di implumi postar o nelle nenie estive costruite per durare il tempo di una classifica, sappiamo che una canzone può essere molto di più: può mordere, consolare, insegnare a dubitare. Guccini ci ha ricordato che la musica non deve soltanto accompagnare il tempo, ma anche giudicarlo. E finché una sua strofa riuscirà ancora a farci indignare, sorridere e pensare, quella locomotiva continuerà a correre.

