di Raffaello Carabini
Jazz o non jazz, questo è il dilemma. I puristi del sound afroamericano sono abituati a creare steccati e attribuire medaglie di appartenenza, il che – detto fuori dai denti – è del tutto insopportabile per una musica nata dalle più diverse contaminazioni, e per questo ancora viva e vitale e propulsiva. E allora per la canadese Diana Krall, la jazzista che ha venduto più dischi tra il 1990 e il 2010 – oltre 15 milioni nel mondo -, parliamo di poppy jazz oppure di jazzy pop e andiamo avanti nell’ascolto del suo nuovissimo album, piombato ai vertici delle classifiche di tutto il mondo. Italia compresa: è al nono posto assoluto alla prima settimana di uscita.
“Wallflower” è il dodicesimo lavoro di studio della pianista e cantante sposata con il geniale Elvis Costello, uno dei maggiori talenti usciti dalla quiete apparente dopo la tempesta punk di fine anni Settanta, e mamma di due gemelli di otto anni. Krall, sempre bellissima sulla soglia delle 50 primavere, ripropone, con il suo “appeal” emozionale e intenso, una serie di brani che hanno fatto la storia della musica di consumo di fine secolo. “È stata una piacevole novità trovarmi in sala di registrazione con la sola compagnia del magnifico accompagnamento al pianoforte di David Foster e dei suoi arrangiamenti per orchestra”, ha dichiarato Diana. E il produttore di millanta successi, premiato con 16 Grammy, quasi un record, di rimando: “Le canzoni che interpreta nel disco sono quelle con cui è cresciuta, ascoltandole alla radio o sui dischi in vinile. Ciò che rende quest’album tanto speciale è il modo in cui lei le reinventa, mettendo corpo e anima in ogni singola sillaba.”
Pezzi come “Desperado” e “I Can’t Tell You Why” degli Eagles, “California Dreaming” dei Mamas & Papas, “Sorry Seems To Be The Hardest Word” di Elton John, “I’m Not In Love” dei 10cc, la stessa title-track di Bob Dylan, vengono trattati come i gioielli luminosi che sono. Lucidate, maneggiate con attenzione, curate, accarezzate quasi con devozione, sono “ballad” senza tempo, che la vocalità appena roca di Diana – affiancata da Michael Bublé in “Alone Again” di Gilbert O’Sullivan e Bryan Adams in “Feels Like Home” di Randy Newman – e gli arrangiamenti eleganti, malinconici, sinuosi, ricreano con un’amorevole riflessione e lo sguardo adulto di chi è consapevole di confrontarsi con dei capolavori. E non vuole affatto modificarli per appropriarsene, dato che già appartengono alle sue radici, ma solo rimanere al centro dell’insinuante scorrere di parole e musica. Quasi tutte canzoni dell’epoca post-68, parlano con profondità di come affrontare le macerie lasciate dal periodo dell’amore libero, di fine della seduzione, deriva dei rapporti aperti, gelosia, solitudine dei “single per scelta”, famiglia e i suoi ruoli. Ciliegina speciale il brano inedito “If I Take You Home Tonight”, a firma Paul McCartney. L’ex-Beatle ricambia la partecipazione di Krall al suo disco di “cover” analogo a questo, “Kisses On The Bottom”, in cui lei aveva suonato il piano e collaborato alla scelta dei brani. Romantico e soft-rock, non sfigura in mezzo a canzoni che Diana considera “come la luce del mattino dopo l’all-night party del pop”.






