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Mogol santo subito? Calma… anche i miti, a fari spenti, rischiano il fosso

Giulio Rapetti in arte Mogol resta uno dei grandi protagonisti della canzone italiana, ma definirlo automaticamente il migliore di sempre significa trasformare la critica in agiografia. Perfino alcuni versi di Emozioni, tolti dall’aura sacrale, mostrano oggi qualche ruga in più del loro autore.

Mogol santo subito? Calma… anche i miti, a fari spenti, rischiano il fosso

Novant’anni, applausi, celebrazioni e una definizione ripetuta fino a trasformarla in verità: “il più grande paroliere italiano di sempre”. Mogol è certamente un gigante della canzone. Ma prima della canonizzazione sarebbe consentito rileggere qualche testo.

Novant’anni compiuti da poco e consacrazione quasi liturgica: Mogol festeggiato come il più grande paroliere italiano di sempre. Una carriera enorme, nessuno lo nega. Ma tra un riconoscimento e una beatificazione passa ancora qualche strofa. Giulio Rapetti può guardarsi indietro con soddisfazione: oltre sessant’anni di canzoni, il sodalizio irripetibile con Lucio Battisti, poi Cocciante, Celentano, Mango, Morandi, Mina e una quantità impressionante di successi. Un pezzo della storia della musica italiana, certamente. Ma “il più grande di tutti i tempi” è una formula da televoto, non da critica musicale.

Se queste sono Emozioni…

Prendiamo per esempio la battistiana Emozioni, anno 1970, uno dei totem del culto mogoliano. Il testo procede per immagini, intuizioni, fotografie interiori. Alcune bellissime. Altre, rilette oggi senza inginocchiatoio, fanno almeno sorridere.

C’è l’idea di parlare per ore ed ore con un pescatore. Tutto può accadere, ma la pesca è attesa, silenzio, concentrazione. Provate a chiacchierare per tre ore accanto a uno che aspetta che abbocchi: più che un’emozione rischiate di diventare esca.

Poi la corsa in automobile, di notte, guidando a fari spenti. Nel 1970 poteva sembrare vertigine esistenziale; nel 2026 sarebbe una challenge social per aspiranti al pronto soccorso, con ritiro della patente incorporato.

E vogliamo parlare di quel “capire tu non puoi”? Letto con le orecchie di oggi può suonare parecchio paternalistico, perfino sessista: io vivo, sento, comprendo; tu, destinataria del verbo poetico, evidentemente no. Più che un’emozione, quasi una mansplaining ante litteram in quattro parole.

Battisti era grande soprattutto dove Mogol non arrivava

Resta poi una questione che nel coro celebrativo viene spesso dimenticata: la grandezza di Battisti risiede prima di tutto nella musica. Nella capacità melodica, armonica, ritmica e timbrica di portare la canzone italiana altrove. E basta ascoltare un album come Anima latina per capire in che modo, quando decideva di spingersi oltre, la sua musica potesse superare di parecchie lunghezze le parole che la accompagnavano.

Melodie così potenti che, probabilmente, funzionerebbero perfino per chi ascolta le canzoni badando soprattutto al motivo. Impossibile non pensare a Matteo Salvini quando cita De André: certe volte il sospetto è che Bocca di Rosa o Il pescatore siano arrivati alle sue orecchie prima ancora che al significato. Perché De André, se lo si ascolta davvero, qualche complicazione ideologica tende a procurarla.

Grande autore sì, mito obbligatorio no

Mogol ha scritto canzoni memorabili e possiede un talento popolare rarissimo: trasformare sentimenti semplici in parole capaci di restare nell’immaginario di tutti. Ma da qui a decretarlo “il più grande” ce ne corre. La canzone italiana ha avuto autori diversissimi, da Sergio Bardotti a Giorgio Calabrese, da Vito Pallavicini a Pasquale Panella, senza dimenticare Giancarlo Bigazzi e tanti cantautori che le parole se le sono scritte da soli, realizzando spesso dei piccoli grandi gioielli.

Il punto non è togliere la corona a Mogol, ma chiedersi perché dobbiamo sempre incoronare qualcuno. Forse perché i miti si vendono meglio delle sfumature, e un numero uno assoluto è molto più comodo da mettere in copertina di una storia piena di giganti.

Auguri Maestro, anche se un po’ in ritardo. Novant’anni sono un’emozione vera. Ma i fari, almeno quelli, teniamoli accesi.