L’ex Pink Floyd difende Macklemore e massacra verbalmente Sheeran dopo l’esclusione del rapper dal Loop Tour. Waters resta uno dei giganti della musica contemporanea. Quanto alla diplomazia, meglio rivolgersi altrove.
Roger Waters è stato capace di scrivere The Dark Side of the Moon, Wish You Were Here e The Wall. Insomma, quando distribuivano il talento musicale era evidentemente in prima fila. Quando invece assegnavano il dono della diplomazia, probabilmente stava incidendo un basso.
Il musicista è intervenuto nella bufera che ha travolto il tour americano di Ed Sheeran dopo l’esclusione di Macklemore. E lo ha fatto con la consueta delicatezza da ariete contro una porta: al mondo, secondo Waters, esistono quelli che fanno “la cosa giusta”, come Macklemore, e gli altri. Per questi ultimi ha scelto una definizione decisamente meno elegante, riservando a Sheeran anche l’appellativo di “little prick”.
Altro che Comfortably Numb: Waters non conosce il volume basso
La polemica nasce dalle parole pronunciate il 4 settembre da Macklemore al MetLife Stadium, dove il rapper ha espresso pubblicamente solidarietà ai palestinesi e pronunciato “Free Palestine”, prima di eseguire Hind’s Hall. Successivamente è stato escluso dalle restanti date statunitensi. Il promoter Messina Touring Group ha spiegato che alcune venue non avrebbero accettato spettacoli con Macklemore nel cartellone.
Sheeran, dal canto suo, ha sostenuto che la decisione finale non sia stata sua e di aver cercato di mediare tra le parti. Dopo l’esclusione, anche altri artisti hanno abbandonato il tour in solidarietà con Macklemore.
Il genio e la clava
Waters, però, non sembra particolarmente interessato alle sfumature. Da decenni porta sul palco le proprie battaglie politiche con la stessa intensità con cui costruiva i muri scenografici dei Pink Floyd: solo che, quando parla, spesso il muro lo tira direttamente addosso all’interlocutore.
Si può riconoscere la statura gigantesca del musicista senza necessariamente affidargli l’apertura di un congresso di diplomatici. Waters non argomenta: sentenzia. Non punzecchia: bombarda. Non entra nelle polemiche: ci arriva con il basso, l’amplificatore e possibilmente un caterpillar.
Ma siamo sicuri che si debba essere sempre diplomatici?
Resta però una domanda, forse la più scomoda. Essere diplomatici è sempre una virtù? Oppure esistono momenti nei quali pesare ogni parola, smussare ogni angolo e cercare la formula che non offenda nessuno rischia di diventare semplicemente un modo elegante per non dire ciò che si pensa?
Il cantautore Pierangelo Bertoli aveva scelto un’altra strada e l’aveva messa perfino nel titolo di una delle sue canzoni più celebri: A muso duro. Dire quello che si pensa, accettando anche il prezzo dell’impopolarità. Treccani la descrive proprio come una dichiarazione di coerenza, portata avanti anche a costo di rimanere soli.
Forse, allora, il problema di Waters non è parlare a muso duro. In certe circostanze può essere persino necessario. Il problema è ricordarsi che tra la franchezza e l’insulto passa una linea sottile ma importante. Si può rifiutare l’ipocrisia senza necessariamente trasformare ogni dissenso in una dichiarazione di guerra.
Waters quella linea, diciamo così, ama attraversarla correndo.


