“A mio modesto avviso alla Schlein e al suo nugolo di fedelissimi…”
“A mio modesto avviso, alla Schlein e al suo nugolo di fedelissimi in fondo in fondo questa ipotesi di legge elettorale non dispiace affatto, anche se ovviamente non lo possono dire.
Ma in realtà pare fatta apposta per soddisfare tutte le esigenze di una segretaria in difficoltà, all’interno del partito e della coalizione, come quella del Pd. Non ha peli sulla lingua il senatore di vecchio corso del Pd nel descrivere la situazione quasi paradossale che sta vivendo il partito democratico e la sua segretaria, di dover strillare contro la legge “super truffa”, come l’ha definita Dario Franceschini (che non a caso, secondo i bene informati, si sarebbe definitivamente convinto a cambiare cavallo e magari puntare sulla Salis, al di là dell’appoggio di facciata quasi inevitabile alla Schlein), quando invece sarebbe il risultato di lunghe trattative sottotraccia tra gli sherpa di Fdi e il Pd.
«Se vogliono davvero dialogare, la presidente del Consiglio alzi il telefono e mi chiami, altrimenti non è una cosa seria», ha spiegato ai suoi la segreteria del Pd nei giorni scorsi, rivelando il pressing dei meloniani sulla nuova «arma di distrazione di massa», ha detto la segretaria, lamentando più il fatto di non essere messa al corrente della cosa più che delusa per la proposta in sé (quando invece fonti molto ben informate dicono l’esatto contrario).
Anche perché, come fa notare qualcuno, il meccanismo del premio di maggioranza per chi conquista il 40% dei voti (anche se non in queste proporzioni), così come la soglia di sbarramento al 3%, erano idee che trovavano spazio negli emendamenti presentati tra il 2014 e il 2015 all’Italicum dai dem Anna Finocchiaro e Luigi Zanda, la legge che sostituì, per un breve lasso di tempo, il porcellum di Calderoli, considerato incostituzionale.”
Piccoli segnali dal Nazareno
Piccoli segnali lasciano intendere che dalle parti del Nazareno questa legge in fondo in fondo non è che dispiaccia così tanto, malgrado, come nel caso della riforma sulla giustizia, ormai la consegna sia quella di dare addosso più che si può al governo, anche quando fa cose in parte condivisibili, generando quel clima di tensione che deve fungere da stimolo alle truppe di un centrosinistra sempre assai incline al masochismo e al senso di pessimismo cosmico.
Il Pd vuole lo scontro perché solo così pensa di ravvivare le proprie truppe e i suoi elettori, sempre più svogliati e spaesati.
Il contesto della legge elettorale
In Italia la legge elettorale attualmente in vigore è il cosiddetto Rosatellum, dal nome del deputato Ettore Rosato (oggi vicesegretario di Azione), uno dei principali sostenitori del testo quando è stato approvato nel 2017.
Da tempo però, dopo le elezioni politiche del 2022, sia i partiti di centrodestra che sostengono il governo Meloni sia quelli di centrosinistra discutono su come cambiare questo sistema elettorale, che negli anni ha mostrato diversi problemi.
Il Rosatellum insomma non funzionava, o almeno era ritenuto in questo particolare contesto politico non adatto ad offrire una chiara governabilità, come quella attuale.
Si parla di una riforma della legge elettorale per superare i collegi uninominali del Rosatellum in favore di un proporzionale con premio di maggioranza per la lista o coalizione che supera maggiormente il 40% dei voti e con soglia di sbarramento al 3%.
Ma è sulle preferenze, che nessuno davvero sembra volere, al di là dei profili di incostituzionalità che il premio di maggioranza potrebbe profilare (anche se su questo Donzelli ha affermato di avere precise rassicurazioni da parte di noti costituzionalisti), che si sta giocando la partita tra Fdi e Pd (con Conte alla finestra).
«È chiaro che la Schlein, ma probabilmente anche lo stesso Conte, è la prima ad avere interesse che non ci siano le preferenze. La sua fissazione è quella di essere circondata da fedelissimi, e vede come il fumo negli occhi personaggi che possano, grazie all’alto consenso che hanno, essere per lei una minaccia, come per esempio Antonio Decaro, tanto per fare un nome», dice un vecchio deputato dell’ala riformista del Pd.
Indizi di possibile favore dell’opposizione
C’è un altro indizio che fa pensare come questa legge possa alla fine incontrare il favore di molta parte dell’opposizione, magari con qualche piccolo accorgimento, giusto per poter difendere la forma e non essere tacciati di trasformismo.
Perché il fatto che la nuova legge prevederebbe l’obbligo di indicare il nome del candidato premier nel programma elettorale è certamente un motivo per fare chiarezza all’interno di un campo largo sempre in fibrillazione sulla scelta della leadership.
E soprattutto, con la nuova legge questa dinamica costringe gli schieramenti alle alleanze ampie. In pratica, la riproposizione della linea “testardamente unitaria” di Schlein.
Tutti in coalizione, da Renzi ad Avs. Ma pure Conte, che vuole battere la segretaria dem in una sfida aperta, non può osteggiare una norma che apre la strada alle primarie di coalizione.
Insomma, troppi indizi non possono che fare una prova sul fatto che questa riforma alla fine possa essere molto più condivisa, anche se Pd e Cinque Stelle non possono assolutamente dirlo (almeno fino al 22-23 marzo) di quanto non appaia adesso, per differenti motivi.
Senza contare Azione di Carlo Calenda (che non può non guardare con grande favore all’assist dello sbarramento al 3%, fatta proprio su misura per staccarlo dal campo largo) e Renzi, che può vedere rafforzarsi il ruolo di jolly, magari rinsaldando il suo progetto della “casa riformista”.
Ecco perché questa nuova legge elettorale, così bistrattata, alla fine potrebbe avere buona chance di passare all’esame delle camere.

