Renzi è un emotivo razionale; questa la chiave per interpretare le sue mosse.
Di natura irruente (ricorda Fanfani) e poco diplomatico ha acquisito negli anni -per contrapposizione- una componente moderata che gli deriva dal suo essere fondamentalmente democristiano.
Ed è in questa ottica che si possono leggere i due episodi clou avvenuti nell’ultima settimana.
L’ autodafé televisivo pubblico della domenica notte post – referendum, auto – flagellante e masochistico fino all’inverosimile nonostante poco prima il Colle gli avesse consigliato cristiana e democristiana moderazione anche su stesso per non produrre guasti poi difficilmente rimediabili (durante la campagna referendaria aveva solennemente proclamato che se avesse perso “avrebbe smesso di fare politica”).
Qualche giorno dopo Renzi aveva capito l’errore fatto e già aveva virato verso la razionalità approntando un piano di battaglia con tanto di tattica e strategia che molto ricorda il gioco degli scacchi.
Renzi non solo non è “finito” come poteva sembrare la domenica notte del referendum ma vuole tornare a governare partendo da due punti: le primarie del Pd e poi le politiche.
Tanto per iniziare non ha lasciato il suo posto da segretario del partito -inizialmente un impeto emotivo lo aveva portato a considerare l’ipotesi- da cui ancora distribuirà le carte, poi ha imposto un governo fotocopia con l’avatar Gentiloni e due sue pedine fondamentali: la Boschi come sottosegretario alla Presidenza e Lotti a controllarla dall’ininfluente ministero dello Sport con Sensi (che guadagnava più di Renzi) come portavoce.
Se poi la Boschi avrà anche la delega ai Servizi il gioco è fatto: Renzi controllerà l’esecutivo tramite lei come dire “Il giglio magico c’è ancora e lotta insieme a noi”.
Una considerazione sul nuovo premier.
In queste ore sta emergendo anche una sorta di ritratto agiografico di un Gentiloni “democristiano”, mediatore e tollerante che non restituisce appieno il carattere del nuovo premier che ha anche un lungo passato da “gruppettaro” nell’estrema sinistra barricadera dei pericolosi anni ’70.
Tornando a Renzi occorre che l’ex premier faccia attenzione imparando proprio dal suo “maestro” politico che più gli assomiglia: Amintore Fanfani, aretino, perse dopo aver perso il referendum sul divorzio nel 1974 anche le amministrative nel 1975.
Per il resto la squadra di governo presentata riflette l’appoggio parlamentare con però una novità fondamentale e finora non ben analizzata: Denis Verdini e il suo movimento d’appoggio Ala sono fuori.
I numeri ci sono al Senato?
Sì. Ala aveva 18 senatori mentre la minoranza del Pd ne ha 20; a conti fatti +2 ma con una importante fatto nuovo: ora la tenuta del governo -saldamente presidiato da Renzi tramite la Boschi- è in mano ai suoi contestatori interni guidati dal dem Speranza.
Ma Renzi così è in una botte di ferro.
Lui vuole andare a votare subito ma prima sa che Mattarella vuole la legge elettorale.
E qui scatta il “trappolone” tipicamente DC.
Questo governo è ingegnerizzato con un meccanismo (peraltro ad orologeria) retro – azionato; se infatti la minoranza Pd lo manda sotto al Senato fa il gioco di Renzi: si va a votare; se invece non va sotto, comunque Renzi governa tramite Gentiloni.
In questa ottica, Verdini potrebbe anche essere d’accordo con Renzi ed infatti qualche esponente di Ala ha detto più o meno scherzosamente: “faremo opposizione insieme a Renzi” mentre Verdini avrebbe recitato la sceneggiata dell’uscita dal governo perché non ha avuto un ministero.
Questo punto è stato colto solamente dall’ ex ministro di Forza Italia Altero Matteoli, toscano come il premier e da D’Anna esponente proprio di Ala.
Naturalmente il “prezzo” pagato da Renzi a Verdini sarebbero le ricandidature.
Anche Zanetti (Scelta Civica) alleato di Verdini, noto per gli strabordanti occhialoni di plastica multicolore e la voce acuta, accetta la gallina futura anche se ha perso l’ovetto del sotto-segretariato.
Nota storica: Zanetti fu lesto ad infilarsi sull’autobus Monti nel 2013 e a sfilargli addirittura il movimento politico.
Altro fatto di qualche interesse è poi il conseguente rafforzamento dell’asse -dopo la “finta” uscita di Verdini- con Angelino Alfano arrivato al punto di confermare anche la pasticciona e assai contestata (soprattutto per le fallimentari campagne di informazione) ministra alla Sanità Beatrice Lorenzin.
Il transfuga Alfano è fondamentale nel piano renziano con la sua AP (29 senatori Ncd-Udc); infatti ha ottenuto un ministero di peso e visibilità, cioè gli Esteri e passato quella che è una patata bollente al lothar Minniti che ora deve lasciare la delega ai Servizi (Polizia e servizi sono un pericoloso concentrato di poteri). L’entrata della scaltra Finocchiaro ai Rapporti con il Parlamento -al pari della Lorenzin invisa all’opinione pubblica per le spese fatta dalla scorta- ha raccolto per il suo impegno per il referendum.
Il resto del governo è fatto da pochi ritocchi -cinque i nuovi ministri- con l’entrata della pasionaria rossa (di capelli e di spirito) sindacalista Valeria Fedeli all’Istruzione -paga solo la Giannini- e la presenza di Claudio De Vincenti -chiacchierato per il suo ruolo nella vicenda Tampa Rossa che vide le dimissioni del ministro Guidi alla Coesione e al Mezzogiorno.
Desta meraviglia la conferma di Marianna Madia la cui pasticciata riforma amministrativa è stata bocciata dalla Consulta e terrà anche le deleghe alle Pari Opportunità. Per il resto tutto uguale.
Per il Ministero dell’Ambiente resta l’Udc Galletti e non entra -come invece sembrava- l’ecologista Realacci: segno di quanto poi importi al Pd di questa questione.
Galletti ha una patata bollente tra le mani che riguarda la Commissione di Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) nominata addirittura dall’allora ministro Prestigiacomo e scaduta da anni e con due arrestati e una lista di nomi con evidenti conflitti di interessi.
Il ministro di Casini aveva tergiversato a lungo e poi aveva fatto un bando a maggio scorso nominando i nuovi membri in autunno: bocciati dalla Corte dei Conti con una sfilza di osservazioni soprattutto sull’inadeguatezza dei CV.
La Commissione VIA è poco conosciuta ma assolutamente strategica per le opere infrastrutturali in Italia; dal suo Paese passano tutti gli investimenti e tantissimi soldi.
Confermati anche i Ministeri di peso delle Infrastrutture a Del Rio e le Politiche Economiche a Calenda.
I Giovani Turchi passano all’incasso con Orlando confermato alla Giustizia e Martina, sinistra Pd, all’Agricoltura.
La Pinotti confermata alla Difesa e l’ininfluente Costa agli Affari regionali.
Poletti pure che sembra (in Italia suona molto strano) voleva andarsene al Ministero del Lavoro e naturalmente Franceschini ai Beni culturali che ha pagato le indiscrezioni sulla sua volontà di giubilare il premier.
Scontata la conferma all’ Economia e Finanze di Padoan che ha ancora l’acquolina in bocca per il possibile premierato involatosi.
Clamorosamente pare confermato alla Comunicazione Filippo, Sensi artefice comunicativamente del fallimento del referendum e di alcuni memorabili inciampi mediatici.
Se poi è vero che il 75% dei giovani ha votato No per “assenza del Pd” dal web come ha detto Renzi e Sensi del web è un profeta, la faccenda assume connotati misteriosi.


