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Politica
Anci: umori, speranze e ambizioni collettive

di Cristian Coriolano

Ogni anno l'assemblea dei comuni
fa discutere di sé. Umori, speranze, ambizioni collettive si riflettono nel grande specchio delle comunità territoriali e propongono l'immagine aggiornata dell'Italia. L'Anci è il filtro delle novità: le assorbe tutte, buone o cattive, talvolta anticipandole. Campeggia pertanto in questo appuntamento al centro congressi di Milano, il protocollo che impone la riduzione di una vicenda congressuale a semplice rito burocratico, legata a precisi adempimenti statutari, tra cui ovviamente l'elezione degli organi direttivi. Giovedì in tarda mattinata, i delegati hanno votato per acclamazione la riconferma di Fassino. Alla fine, le sei o sette astensioni hanno appena mitigato l'immagine deprimente di un congresso bulgaro.

Anche le modifiche statutarie sono state accolte sulla fiducia. È sembrato disdicevole persino chiedere il testo degli emendamenti: insomma, i congressisti si sono dovuti accontentare di una rapida illustrazione dello stesso Fassino. Ha perciò colpito nel segno la reazione di Leoluca Orlando, sindaco di Palermo, che senza giri di parole ha denunciato lo svilimento del congresso e soprattutto, nel merito, l'appiattimento dell'Anci sul governo. La platea ha mostrato di condividere questa doppia critica, rilanciata nei colloqui a latere dei lavori ufficiali.

Nel pomeriggio, chiuso il congresso e ribattezzato il Presidente, si è entrati nel vivo delle questioni politiche. Sempre con cautela. In assemblea, infatti, Fassino e Renzi hanno mimato la logica di un confronto adulto e severo. Si è iniziato alle 17.30, dunque con un'ora di ritardo. Nell'attesa, vigilantes o guardie giurate - anche questa una (brutta) novità - blindavano gli accessi alle stanze riservate alla dirigenza.

Il Presidente dell'Anci ha sfoderato grinta e competenza; il Presidente del Consiglio il suo appeal di ex rottamatore. In realtà, quest'ultimo ha faticato a strappare l'applauso dei presenti: lo sfavillio di eloquio fiorentino non ha fatto intravedere la caratura di un concreto ragionamento politico.

Insomma, bene Fassino. Tuttavia bisogna chiedersi: ha saputo evidenziare con efficacia i principali problemi dei comuni, tratteggiando insieme le possibili soluzioni? Certo, molti hanno apprezzato la competenza, nonché lo stile, di un uomo che finora non aveva brillato come leader del mondo delle autonomie. Di sicuro, rispetto all'assemblea di Firenze dello scorso anno, ha cambiato linea: oggi i piccoli comuni sono da difendere, non da eliminare. Come pure, rispetto alle province, ora il nuovo Fassino è più attento ad arginare tanti facili giudizi liquidatori. È giunto il momento di rivendicare più soldi anche per i nostri enti intermedi.

Però la maggiore autorevolezza esibita, anche di fronte a un Renzi apparso francamente sottotono, non cancella l'equivoco di un disegno che in nome della responsabilità esclusiva dei sindaci contempla l'ipotesi di un'unica tassazione locale, basata sul cespite immobiliare, interamente devoluta ai comuni. Come potrebbe funzionare? Non è dato di capirlo, almeno per adesso.

Sta di fatto che un simile modello di autonomia finanziaria e impositiva locale lascia fuori completamente il discorso sulla perequazione tra comunità territoriali diverse. Chi finanzia i servizi di comuni non dotati di basi imponibili sufficienti? Chi deve pagare, ad esempio, una scuola in qualche vallata alpina o nell'entroterra del profondo sud? Se tutto rimane nelle mani dei singoli enti, con i "ricchi" padroni assoluti delle proprie risorse, nulla rimane per sopperire ai disagi e ai ritardi dei "poveri". Fassino, pur attento a una fuggevole citazione del problema meridionale, ha eluso l'interrogativo di fondo.

In conclusione, la solidarietà in quanto anima dell'ordinamento repubblicano e intima ragione della nostra Carta costituzionale, non è il vestito che a Milano l'Anci ha deciso d'indossare. Evidentemente, anche i sindaci sono attratti dall'idea che un po' di "egoismo istituzionale" è la via più agevole per uscire - un po' alla spicciolata e dunque senza garanzie per il sistema-paese - dalla lunga crisi politica e finanziaria in cui versa l'Italia.

È questo il vero rinnovamento?

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