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Politica

Se di qualcosa tutti, e molti evidentemente in buona fede, apportano la loro testimonianza, si direbbe che non ci sia ragione di dubitarne. E tuttavia non è così. Può avvenire che una nazione o un intero continente, per i motivi più diversi, vogliano credere qualcosa, e alla fine si arriva all' "evidenza" di un fatto senza che per ciò stesso esso sia realmente tale.

Un esempio è la caccia alle streghe, oggi citata antonomasticamente come follia persecutoria collettiva. Ma se si guarda il fenomeno più da vicino, si vede che in quei secoli non erano più pazzi di noi. La Chiesa insegnava l'esistenza del Diavolo e non era strano che esso favorisse chi lo invocava e si alleava con lui. Dunque alle streghe credevano assolutamente tutti, non raramente le stesse interessate. Per giunta, dal momento che esse erano "stramaledette", in qualche caso commettevano delitti di diritto comune (in particolare venefici e infanticidi) con ciò stesso confermando la pessima fama che avevano. Nel Seicento dire "Io non credo alle streghe" sarebbe stato azzardato come dire oggi: "Io non credo all'influenza della Luna sulle maree".

Altro esempio è l'antisemitismo. Non solo gli ebrei non costituiscono una razza - eppure milioni di persone l'hanno creduto, ad un certo momento - ma i mille crimini di cui sono stati accusati non sono provati da nulla. Gli unici crimini effettivamente dimostrati, nel corso dei secoli e ancora nel XX Secolo, sono quelli di cui essi sono stati vittime. E tuttavia, se si prova a parlare con un antisemita ci si scontra con un muro d'invincibili pregiudizi e leggende. Se l'antisemitismo è una malattia mentale, forse è inguaribile.

In Italia, nel campo di questo genere di deliri, si è fatto un passo avanti. Il mostro lo si è costruito artificialmente, con enorme pazienza: Giulio Andreotti, per esempio. Quando parlava con qualcuno, quest'uomo trattava l'interlocutore con la benevola ironia di un gatto che ha da fare con un topo: era giustamente cosciente di essere il più forte. Era tanto intelligente da risultare inquietante: tutti si sentivano sotterraneamente inferiori a lui, incapaci di batterlo e, da bravi complessati, cominciarono a sospettare di lui ad ogni piè sospinto. Se fu soprannominato Belzebù è perché gli furono attribuite capacità "diaboliche".

Ancora oggi Eugenio Scalfari, in morte di questo Lucifero, scrive che egli fu "lambito" da tutta una serie di scandali: Sifar, Montedison-Rovelli, Eni-Petromin, Caltagirone, Sarcinelli e Baffi, Sindona, Banco Ambrosiano, Comandante della Guardia di Finanza e infine P2. Naturalmente senza che nulla fosse provato a suo carico: ma questo non lo fece reputare innocente, né sui giornali né a sinistra. Poi alcuni magistrati che lo odiavano più di altri, per motivi che non conosciamo, hanno cominciato ad accusarlo dei crimini più inverosimili: di avere fatto uccidere un giornalista, di essere un mafioso e di altro ancora. E di queste accuse, formulate in Corte d'Assise, il politico non poteva limitarsi a sorridere. Si presentò in giudizio con la sua formidabile memoria, col suo diario e con la sua intelligenza, e ridicolizzò tutte le accuse, fino a farsi assolvere alla fine di interminabili processi. Innocente di tutto, dunque? Proprio no. Perché se qualcuno viene accusato e poi scagionato, accusato e poi scagionato, accusato e poi scagionato infinite volte, invece di dedurne che è la vittima di una persecuzione, la gente ne deduce che qualche reato ha commesso. Andreotti è dunque colpevole di essere stato perseguitato e contro questa condanna non c'è appello.

Nella specie gli sciocchi si difendono dicendo che, per l'ultima accusa, egli è stato dichiarato innocente per il periodo in giudizio, e colpevole per il periodo prescritto. Una totale assurdità giuridica su cui, chi vuole, può documentarsi leggendo un breve articolo(1). Ma contro il pregiudizio non si può vincere. Andreotti è colpevole di essere un mafioso e anche ora che è morto tutti dicono che è stato un grande uomo di Stato sul quale pesano tuttavia delle ombre. Quali ombre, i sospetti delle persone malevole? E questo basta per condannarlo? Il Presidente della Repubblica ha detto che egli "sarà giudicato dalla storia". A questo punto, Andreotti direbbe sorridendo: "Meno male, se penso al livello dei giudici contemporanei".

Analoga è la vicenda di Silvio Berlusconi, che fino ad ora ha avuto la fortuna incomprensibile di non essere stato accusato di omicidio. Assolto ventitré volte o giù di lì, condannato una volta in primo grado, è lo stesso "colpevole". Uno che è incessantemente accusato da vent'anni dei reati più diversi, anche se è riuscito a farsi assolvere, volete che non sia colpevole di qualcosa? Che sia un delinquente lo dicono tutti. E se lo dicono tutti, volete che non sia vero?

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

(1) http://www.affaritaliani.it/politica/andreotti110110.html
 

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