di Oronzo Martucci
Nei settant’anni dell’Italia repubblicana vi è stata una legge ordinaria che per 40 anni e più ha avuto nella vita della gente comune un valore maggiore della Costituzione: si tratta dello Statuto dei Lavoratori, la legge numero 300 del 1970, opera della Commissione del giuslavorista Gino Giugni, ma anche di tanti altri suoi colleghi e politici che portarono nell’impianto di quell’articolato legislativo il loro percorso di vita, fatto di sofferenze nel lavoro e di competenze. So che può apparire un’eresia mettere a confronto le due leggi, ma è il caso di ragionarci sopra, soprattutto perché dopo la revisione dello Statuto dei Lavoratori si è messo mano alla riforma della Costituzione, con il rischio di un doppio fallimento.
Da 20 mesi lo Statuto dei lavoratori è abbondantemente riformato e svuotato di ogni significato, in particolare con la revisione dell’articolo 18, sino a permettere all’imprenditore che non ha mai smesso di ragionare da padre padrone, di liberarsi senza impicci dei dipendenti che non rispondono a quella logica. Il Jobs act (la carta dei lavori) permette ora il licenziamento per giusta causa e giustificato motivo in moltissime occasioni, per cui diventa sempre più difficile per chi non accetta le regole del padrone difendersi anche dinanzi a un giudice e pensare di ottenere il reintegro.
Fine della storia: la difesa a oltranza del posto di lavoro è finita e neppure un giudice può garantire l’intoccabilità che, è vero, in qualche occasione è stata garantita, grazie all’articolo 18, a qualche “lavoratore” che mostrava scarso rispetti per i sacrifici che anche il suo datore di lavoro doveva sopportare per tenere in vita l’azienda. Ma tant’è. Le pecore nere non devono mettere in discussione i principi e i diritti fondamentali, così come nessuno immagina di cancellare la legge 104, quella che permette ai parenti di persone anziane o in difficoltà e a lavoratori in condizioni di disagio fisico (certificato) di assentarsi dal lavoro per tre giorni al mese. Gli abusi ci sono e si spera che possano essere se non cancellati limitati, ma la cancellazione di quella legge no, non è una soluzione.
La cancellazione c’è invece già stata per l’articolo 18 e per altre voci dello Statuto in conseguenza della quale si è visto come nei primi 8 mesi del 2016 (dati Inps) il principio della flessibilità e il diritto dell’imprenditore ad avere le mani libere, uniti agli incentivi fiscali per le assunzioni promossi dal governo Renzi non abbiano fatto crescere il numero degli occupati, soprattutto di quelli a tempo indeterminato. Dopo l’approvazione del Jobs act, il governo Renzi e la maggioranza del parlamento italiano hanno deciso che bisogna riformare anche la Costituzione, per evitare che: le due Camere diano la fiducia al governo e che si occupino con gli stessi poteri delle stesse leggi provocando il cosiddetto effetto navetta tra le due Camere (legge va e legge viene finché il provvedimento non è approvato nella stessa formulazione da entrambi i rami del Parlamento); evitare i conflitti tra Stato e Regioni che si contendano il potere legislativo su alcune materie concorrenti.
C’è del giusto nella decisione di Renzi di riformare la seconda parte della Costituzione e di rimettere mano al Titolo V, rivedendo prerogative e poteri delle autonomie locali. Ma la fretta con cui si è deciso rischia di dare all’Italia, se vincerà il sì al referendum conservativo, una Costituzione azzoppata che non garantisce i risultati sperati da chi vi ha messo mano in tutta fretta e con tanta superficialità, con una serie di voti di fiducia che hanno impedito di ragionare fino in fondo sul che fare e di mettere insieme ampie maggioranze. Certo in un’Italia politica tripolare è difficile mettere insieme ampie maggioranze e questo rischio rimarrà anche per il futuro, dunque è giusta e legittima la posizione di chi, tra i sostenitori del Sì, sottolinea che se salta questa riforma sarà impossibile mettevi mano per altri 10 anni ancora.
Però la fretta non è buona consigliera. La Nuova Costituzione può servire a chi deve gonfiare i muscoli nei vertici internazionali, per far vedere quanto sia autorevole e capace di approvare le riforme e cambiare l’Italia. Ma se i risultati che verranno dalla riforma costituzionale saranno solo minimamente rapportabili a quelli che stanno provocando nel mercato del lavoro e nelle vite dei singoli lavoratori l’approvazione del Jobs act e la revisione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, allora il 4 dicembre è il caso di votare No al referendum. Qualcuno dirà: abbiamo accettato, su imposizione dell’Unione Europea, la legge Fornero (che già aveva messo mano alla riforma dell’articolo 18) e quell’impianto legislativo che ha rubato ai sessantenni 6 o 7 anni di vita, obbligandoli a trascinarsi nel lavoro e a pensare a un’uscita anticipata a pagamento e con penalizzazioni sulle pensioni e non possiamo accettare qualche licenziamento in più e una riforma della Costituzione? Penso che non sia il caso di accettare altro e altro ancora, né da Renzi né da chicchessia.
La fretta non aiuta. Lo abbiamo visto anche nella gestione della vicenda Ilva. Nel giro di tre anni sono stati votati dalle Camere 10 decreti salva Ilva e Salva Taranto. Forse ce ne vorranno altri 10 per trovare una soluzione condivisa e condivisibile sul piano ambientale e industriale per quella martoriata città. Meglio i 10 decreti di niente? Meglio una legge, su cui si discute per 2 anni, che 10 decreti fatti in fretta. Trovare soluzioni è compito dei tecnici e dei politici, individuare percorsi condivisi e condivisibili per realizzare le soluzioni è soprattutto compito dei politici. Quelli che si fanno prendere dalla frenesia spesso sbagliano, dimostrano la loro inadeguatezza. In questo contesto diventa anche inutile pagare bene i politici.
Le scelte fatte di corsa, senza prospettive le può fare un qualunque parvenu della politica. Mentre politici devono dimostrare di possedere altro, molto altro, per essere autorevoli: competenza, rigore, coerenza e anche poter contare su una decorosa indennità di funzione e di carica, al contrario di ciò che pensano i pentastellati e i sostenitori dell’antipolitica.
