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Politica

Di Pietro Mancini

Nèmesi, nella mitologia greca e latina, personificava la giustizia distributiva. Oggi il termine è usato per definire un atto di giustizia, che compensa un torto, reale o presunto, subito da qualcuno.Forse, Achille Occhetto può ritenere che Matteo Renzi, emarginando Massimo D'Alema dagli incarichi politici e governativi di rilievo, in Italia e in Europa, abbia restituito, 20 anni dopo, all'ex premier quella che il primo segretario del PDS ha, sempre, vissuto come una profonda ingiustizia. Infatti, dopo la sconfitta dei progressisti, battuti da Silvio Berlusconi, alle elezioni politiche del 1994, D'Alema sostituì Occhetto alle Botteghe Oscure, non prima di averlo definito "tecnicamente obsoleto". Quattro anni dopo, nel 1998, grazie ad Arturo Parisi, che sbagliò il conteggio dei deputati favorevoli al governo ulivista, all'arcigno "niet" di Fausto Bertinotti e ai "quattro gattoni" di Cossiga- che non sopportava il Professore di Scandiano e convinse Mastella al primo dei non pochi "ribaltoni" dello statista di Ceppaloni- l'esecutivo di Romano Prodi cadde.

E a Palazzo Chigi si insediò il primo, il più intelligente, scaltro e ambizioso dei dirigenti provenienti dal PCI di Togliatti e Berlinguer. E con Massimo D'Alema andarono a lavorare i "Lothar", tutti con i capelli rasati a zero, cosi' definiti in omaggio al personaggio di Mandrake, che aveva la testa lucida come una palla di biliardo. Alcuni erano dirigenti politici – come Marco Minniti, attuale sottosegretario con delega ai Servizi di sicurezza, reggino, mai eletto nella sua città, da quando, nel 1994, Occhetto gli preferi', nonostante la "raccomandazione" di Giacomo Mancini, il sociologo giustizialista Pino Arlacchi – altri, come Gianni Cuperlo e Nicola Latorre entrarono in Parlamento. Tutti i Lothar erano oggetto di amore (poco) e di disamore (tanto). Poco amati dalla base, invidiati dai dirigenti, oggetto degli strali degli "opinion leader" progressisti.

Guido Rossi, presidente della Consob e in passato senatore della Sinistra indipendente, sostenne che "con D'Alema, a Palazzo Chigi, opera l'unica merchant-bank" che non parla inglese", sulla scia delle polemiche, provocate dal sostegno del premier all'industriale mantovano, Colaninno, impegnato nella scalata a Telecom.
 Caduto il governo D'Alema, i Lothar presero strade diverse. Claudio Velardi, napoletano geniale, è stato assessore al Turismo, in Campania, nell'ultima fase del governo Bassolino. E ha poi fondato una società di pubbliche relazioni, che ha curato l'immagine del candidato del PDL a Sindaco di Napoli, Gianni Lettieri, sconfitto dall'ex magistrato Gigino de Magistris.

Latorre, nominato da Max senatore pugliese, è il vice-presidente del gruppo PD a Palazzo Madama, mentre il triestino Gianni Cuperlo è deputato ed è stato travolto da Renzi alle primarie per la segreteria.
 A non pochi esponenti del PD non sono piaciute le immediate prese di distanza di Cuperlo, Velardi e c.dall'attacco, duro, al segretario, sferrato da Massimo. L'ex tesoriere del partito, Sposetti, ha bocciato quelle affermazioni come "miserabili" : "denotano una sindrome rancorosa del beneficato".

Noi, invece, non riteniamo scandaloso il "riposizionamento" degli ex Lothar, evidentemente convinti dall'affermazione di André Bréton nei "Passi perduti" ( "L'ultima cosa, che mi preoccupi, è essere coerente con me stesso"). Ma essi dovrebbero, perlomeno, sforzarsi di motivare il cambiamento delle loro posizioni, prima di affibbiare, da sussiegosi "maitres à penser", severe bacchettate al leader e amico di ieri, avversario di oggi.
Quanto ai rapporti tra il giovane premier e il suo vecchio, ma ancora lucido e non decrepito predecessore, è naturale la rivendicazione, da parte di Renzi, del suo decisionismo, che non sfocerà in una "deriva autoritaria". Ed è, altresì, fisiologico il ricambio della classe dirigente, nel partito, e legittima la volontà dei leader di designare, negli incarichi di vertice, i politici a lui più vicini, anche territorialmente. Tuttavia, dovrebbe esserci, per dirla con Orazio, "modus in rebus", misura nelle decisioni. Tenendo presente che le idee e le esperienze di "riserve della Repubblica", come D'Alema, non si rottamano.

Non mi è sembrato rispettoso deridere il primo ex premier postcomunista come "vecchia gloria del wrestling" e come tifoso della Roma, arrabbiato dopo la batosta, che la squadra ha subito dalla Fiorentina, cara a Matteo.  Spero che il ricordo delle infelici battutacce di Silvio Berlusconi convinca il successore del "sereno", ma non troppo, Enrico Letta, a non ricorrervi più, quando affronta delicati temi politici. Gli epiloghi delle lunghe egemonie, prima di Craxi e poi di Berlusconi, che sono state leadership dalle forti connotazioni personalistiche, dovrebbero consigliare, in primis a Matteo Renzi, maggiore serenità e, soprattutto, flessibilità e apertura ai contributi, ai consigli, e anche alle critiche, dei commentatori e di personalità autorevoli, interne o esterne al PD.

 

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