“Un uomo di Stato non fa polemiche giornalistiche con la Banca d’Italia. Parla con il Governatore per le vie interne e corregge quello che c’è da correggere”. Massimo Cacciari, ex sindaco margheritino di Venezia, parlando con Affaritaliani.it non risparmia critiche al segretario del Pd. “La Banca d’Italia non è un argomento da campagna elettorale e come sempre Renzi si conferma quel fanciullo politico improvvisato che è stato finora con tanta volontà di potere e nient’altro”. Si sa che il filosofo della Laguna usa un linguaggio poco politichese, ma è vero che nei palazzi della politica e nelle stanze di potere della sinistra a Roma sono ore di fibrillazione.
Matteo Orfini ha twittato e poi ha spento il cellulare, mentre Francesco Rutelli si è attaccato al telefono in conversazioni frenetiche. Scambi di sms e di messaggi WhatsApp soprattutto tra gli ex componenti della Margherita del Partito Democratico, dal ministro Dario Franceschini al cattolicissimo Beppe Fioroni. Senza dimenticare i prodiani doc come Arturo Parisi e Franco Monaco, anche loro in manovra. L’obiettivo sembra soltanto uno: come liberarsi del duo Matteo Renzi-Maria Elena Boschi, ormai una zavorra, visti anche i sondaggi che all’unisono vedono Paolo Gentiloni battere nettamente in termini di fiducia il suo predecessore a Palazzo Chigi.
E’ vero che lo statuto del Pd prevede in maniera esplicita che il segretario è il candidato premier alle elezioni politiche e, quindi, almeno formalmente, nessuno può toccare il “ragazzo di Firenze” (come lo chiamano a microfono spento molti parlamentari dem di lungo corso). Ma il “pasticcio” Banca d’Italia, che ha scatenato quasi tutta la sinistra contro Renzi, da Giorgio Napolitano al ministro Carlo Calenda, ha riacceso nelle segrete stanze del Pd, ovviamente non nel ‘giglio magico’, l’idea di provare a sostituire il segretario “fanciullo” con un uomo più rispettoso delle istituzioni e decisamente più moderato.
Il pensiero corre immediatamente all’attuale premier che ha dimostrato senso dello stato anche in questa vicenda affermando in modo un po’ democristiano che “i rapporti tra Governo e Pd sono ottimi”. Non a caso lo scaltro Renzi, nel tentativo di chiudere la polemica e spegnere l’incendio, ha subito precisato dal treno ‘Destinazione Italia’: “Sottoscrivo e condivido totalmente quanto ha detto Gentiloni sui rapporti tra il Pd e il governo. Ritwitto Gentiloni: i rapporti tra il Pd e il governo sono ottimi“.
Dichiarazioni a parte, davvero come qualcuno ha pensato il presidente del Consiglio potrebbe fare una sorta di strappo e provare a guidare lui il Pd alle prossime elezioni esautorando Renzi? Cacciari non crede a questa ipotesi. “Gentiloni ricopre il suo ruolo, è una figura di secondo piano messa lì per grazia dello Spirito Santo. Fa quel che può con una certa diligenza, ma non comanda lui e nemmeno potrebbe farlo per limiti intrinseci”. Un predellino? “Non lo farà mai, non è nel suo carattere“, assicura l’ex sindaco di Venezia.
Sarà anche così ma tra gli ex margheritini è partita la ricerca per la ‘way out’ alla situazione attuale. Un ex Dc ora nel Pd e vicino a Romano Prodi si lascia andare a questa analisi: “Anche se Gentiloni facesse il candidato premier e riuscisse a fare l’accordo con Articolo 1, arrivare al 45% sarebbe impossibile. Quindi niente maggioranza in Parlamento”. La figura dell’attuale premier, spiega un altro deputato dem della minoranza di Andrea Orlando, è perfetta come “garanzia” e “ruota di scorta della Repubblica” per un eventuale esecutivo di larghe intese dopo il voto, qualora nessuna coalizione o partito avesse i numeri per governare.
Ma attenzione perché più fonti dem, sia minoranza Orlando sia ex Margherita, sottolineano che “per non bruciarsi il ruolo di possibile premier del governissimo Pd-Forza Italia, Gentiloni non può e non deve soccombere a Renzi sul Governatore della Banca d’Italia”. Tradotto: se il premier cambia Ignazio Visco si piega al “ragazzo di Firenze” dicendo così addio alla possibilità di tornare a Palazzo Chigi, se invece lo riconferma, in chiave anti-Renzi, si piazza in pole position per la guida delle larghe intese. Con il pieno sostegno dell’ex Margherita, della componente dem di Franceschini, dei prodiani e della minoranza di Orlando.


