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Politica

La grammatica distingue ciò che è corretto da ciò che è scorretto, la linguistica ciò che è efficace per la trasmissione del messaggio da ciò che non lo è. “Ho andato al cinema” è scorretto per la grammatica mentre è valido per la linguistica, al contrario per questa è scorretto “sono andato al cinema” se si intendeva dire “sono andato alla stazione”. Il turpiloquio non sarebbe da condannare se fosse l’unico strumento per esprimere cose che diversamente non si saprebbe come comunicare. Ma così non è. Se non si riesce ad esprimere compiutamente ed efficacemente un pensiero o un sentimento, la colpa non è della lingua: chi sa usarla è capace di esprimere qualunque cosa. Cicerone maneggiava così bene il latino che riuscì a far fuggire Catilina da Roma prima ancora che il Senato lo condannasse: tanto efficaci furono le sue orazioni. E ciò ottenne non solo senza scadere nel turpiloquio, ma curando la forma di quelle arringhe con tale gusto da farne un monumento letterario eterno.

Al di là della sua funzione primaria, la parola, come il vestiario, dimostra il nostro livello sociale e il nostro buon gusto. Proprio per questo, salvo eccezioni, bisogna condannare il punto esclamativo. È un segno grafico che impone: “Nota! Ammira! Meravigliati! Scandalizzati!” Ma la sua stessa presenza dimostra che le parole precedenti non riuscivano a trasmetterli, quegli imperativi. Una volta una signora disse a George Bernard Shaw, noto e acido misogino: “Se fossi sua moglie le metterei il veleno nel caffè”. “Ed io, se fossi suo marito, lo berrei”, rispose Shaw. Senza punto esclamativo.

Il caso di Beppe Grillo è particolare in quanto in lui convivono due diversi personaggi: il comico e il politico. Il rapporto tra comicità e volgarità - turpiloquio incluso - è secolare. Plauto ad esempio non era certo un autore di sopraffina eleganza. Non solo il turpiloquio è percepito dal pubblico più grossolano come un segno di appartenenza, ma spesso ha l’effetto liberatorio di una contestazione della classe degli oppressori (quella che non usa il turpiloquio). Nel teatro popolare esso ha dunque connotazioni di sincerità, spontaneità e coraggio.

L’umorismo al contrario rimane lontano dal popolo meno acculturato. La massa lo sente come alieno perché non è attrezzata per cogliere le sottigliezze dell’ironia o l’effetto divertente che può nascere accostando livelli diversi di problemi e registri di linguaggio: “Non solo Dio non esiste, ma provate a trovare un idraulico di domenica” (Woody Allen). L’umorismo raggiunge effetti esilaranti non con mezzi grossolani e farseschi ma con concetti.

Il turpiloquio, per Beppe Grillo, è dunque un legittimo strumento di lavoro. Denota tuttavia la scelta di indirizzarsi a un certo pubblico. Raimondo Vianello aveva altri destinatari, un diverso livello di comicità, e nessuno ricorda che abbia mai detto una parolaccia. Grillo parla alla piazza con i concetti e il linguaggio adatti alla piazza. Allo stesso pubblico di Plauto. E poiché in questo campo ottiene un grande successo, bisogna cavarsi il cappello, dinanzi alla sua professionalità. Parla a braccio, è contemporaneamente un grande attore e l’autore di testi che sviluppa – in linea con la “Commedia dell’Arte” – partendo da un semplice canovaccio. Un genio.

Purtroppo poi la sua comicità si è volta alla politica e il suo pubblico lo ha preso sul serio. La gente si è vista presentare concetti grossolani, semplicistici e finalmente ha avuto la sensazione di capire qualcosa. Si è anche sentita incoraggiata nei suoi malumori e nella sua indignazione, per giunta con quello stesso linguaggio del trivio e della bettola che è il suo proprio linguaggio. Insomma ha preso Grillo per un capo non diversamente da come gli altri venditori di pesce fecero con Masaniello. Oggi crede che la politica possa farsi con i “no”, con gli insulti, con i programmi fantascientifici. Pensa che il primo galantuomo venuto possa essere miglior politico di Otto Bismarck. Ha imboccato una strada che non conduce da nessuna parte.

Da questo errore l’Italia guarirà. Quando Berlusconi entrò in politica molti pensavano che il Cavaliere fosse uno sprovveduto e che il suo “partito di plastica” sarebbe presto sparito. Si sbagliavano, Berlusconi aveva le idee chiare e un elettorato di riferimento. Beppe Grillo sembra invece galleggiare su alcuni slogan e su alcuni pregiudizi. Troppo poco. O il movimento, come è sperabile, si trasformerà in un partito serio o sparirà.

Gianni Pardo

giannipardo@libero.it

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