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Politica

L'articolo di Paola Di Caro, oggi sul "Corriere", va letto e meditato parola per parola. A prendere per buono tutto quello che vi leggiamo, secondo Silvio Berlusconi, o il Pd, Napolitano ed Enrico Letta risolvono entro dieci giorni il problema della sua possibilità di fare politica, visto che sta a loro e non a lui farlo, o salterà il governo e si andrà a nuove elezioni entro l'autunno. Ed è inutile dire che "Napolitano mai scioglierà le Camere". Il Pd con chi lo farebbe il governo? Il Presidente al massimo potrebbe dimettersi, complicando ancor più la situazione.

Naturalmente possiamo aspettarci il coro di esecrazioni: questo è un ricatto, questa è l'incoscienza di chi, per salvare sé stesso, è disposto ad assassinare l'Italia "soprattutto in questo momento" (è sempre "soprattutto in questo momento"). Ma come la Cassazione si è disinteressata delle conseguenze della sua decisione, altrettanto potrebbe fare il Cavaliere. Né vale dire: "La Cassazione ha applicato la legge". Infatti, non applicandola per motivi politici non sarebbe incorsa in nessuna sanzione: avrebbe solo violato l'etica giuridica. Mentre Berlusconi agisce in condizioni di legittima difesa e dunque è autorizzato a violare, per così dire, anche il codice penale: figurarsi l'etica politica!

Può comunque essere interessante ipotizzare le ragioni dell'irrigidimento di Berlusconi. Ognuno è figlio del proprio temperamento. Se il mio nemico mi proponesse una tregua, non crederei in nessun caso alla sua buona fede e mi preparerei a tradirla per primo, quella tregua. Chi mi dichiara guerra deve aspettarsi una guerra totale. Berlusconi invece è portato a pensare che il diavolo non è così nero come lo si dipinge, che c'è sempre modo di mettersi d'accordo e che, se un galantuomo dà la sua parola, si è firmato un contratto. Cioè - malgrado un successo che lo farà rimanere nei libri di storia - non è nato per la politica. Per questo è andato tante volte a sbattere.

La lista delle volte in cui ha sbagliato in modo simile può essere lasciata a coloro che hanno la pazienza di collezionare fatti e riferimenti. Qui ne citeremo soltanto un paio. Nel 1994 Oscar Luigi Scalfaro gli propose di "fare un passo indietro", cioè di dimettersi, perché presto avrebbe sciolto le Camere. E l'ingenuo gli credé. Il Presidente invece sapeva che in elezioni a breve scadenza il popolo italiano, indignato, avrebbe vendicato il Cavaliere. Pper questo, sapendo che l'indignazione è come il soufflé, se non si consuma subito si affloscia, non mantenne la parola data e lasciò passare un anno e mezzo. Così Berlusconi fu fregato.

Anni dopo, a partire da un certo momento, quel Gianfranco Fini che lo stesso Berlusconi aveva tratto fuori dalle catacombe dell'Arco Costituzionale e issato fino all'altissimo e inamovibile scranno della Presidenza della Camera, cominciò ad inviargli critiche acide e continue provocazioni. Come reagì il capo del Pdl? Per mesi e mesi non reagì. Non concepiva una simile ingratitudine e pensava che tutto si sarebbe aggiustato. Che ci sarebbe stato modo di mettersi d'accordo. Ma Fini continuò, imperterrito, e tuttavia Berlusconi non lo espulse. Si limitò a dire, quando proprio non ne poté più, qualcosa come "non si vede che ci stia a fare nel partito". E Fini se ne andò. Con quale risultato? Che da allora tutti hanno detto che Berlusconi lo aveva espulso.

Morale: Berlusconi non avrebbe dovuto credere che per tutti la parola data sia un valore. Non avrebbe dovuto credere a Scalfaro. Non dovuto credere che per tutti la gratitudine sia un valore. Non avrebbe nemmeno dovuto credere che il prossimo abbia abbastanza buon senso per riconoscere il proprio interesse: se Fini voleva suicidarsi politicamente, perché cercare così a lungo di salvarlo? Per amore della governabilità? E l'ha poi ottenuta?

L'atteggiamento attuale del Cavaliere potrebbe essere il punto d'arrivo di un'esperienza esistenziale i cui insegnamenti che ha cercato in tutti i modi di negare. Solo oggi, finalmente, a chi gli consiglia di rivolgersi alla Consulta per ottenere una sentenza conforme al diritto (come lo interpreta lui) chiede seccamente: "Cosa posso aspettarmi da una Corte Costituzionale politicizzata che, quando ha potuto, mi ha sempre dato contro?" Dopo tanti anni ha capito che in politica ha un solo amico, sé stesso. E che è un errore indurre gli altri a contare sulla sua inesauribile bonomia. Chi vuole sopravvivere, in politica, non deve farsi amare, deve farsi temere. E infatti oggi dice, sostanzialmente: "Sono loro che devono salvare l'Italia, se di questo si tratta, non io". Per un estimatore di Machiavelli queste parole sono musica.

Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
 

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